Quanto vale la giustizia in un Paese che dovrebbe garantirla a ciascuno di noi?
Siamo abituati a considerare la giustizia come uno dei fondamenti della nostra società. Ci affidiamo alle istituzioni, riconosciamo l’autorità di chi è chiamato a far rispettare la legge e confidiamo nel fatto che la verità, prima o poi, emerga. Ma cosa accade quando proprio quel sistema, nel quale abbiamo riposto la nostra fiducia, finisce per privare un innocente della propria libertà?
Zustìssia, diretto da Francesco Piras e sceneggiato da Lisa Nur Sultan e Niccolò Gentili, porta sul grande schermo la storia vera di Beniamino Zuncheddu, il pastore sardo che ha trascorso oltre trent’anni in carcere per un triplice omicidio che non aveva commesso, prima di essere assolto nel gennaio 2024. Una vicenda che non dovrebbe lasciare indifferente nessuno, perché dietro un errore giudiziario non ci sono soltanto documenti, sentenze e udienze, ma persone, famiglie e anni di vita che nessuna assoluzione potrà restituire.
Trentatré anni. Un numero che sembra quasi impossibile da comprendere fino in fondo. Significa perdere una parte enorme della propria esistenza, vivere lontano dagli affetti, rinunciare involontariamente a esperienze e possibilità che non potranno più essere recuperate. E, soprattutto, significa dover dimostrare la propria innocenza quando la giustizia ha già stabilito il contrario.

È difficile non provare indignazione davanti a una vicenda del genere. Non soltanto per l’errore giudiziario, già di per sé gravissimo, ma per la consapevolezza che un uomo innocente abbia dovuto attendere così tanto tempo prima di vedere riconosciuta la verità. La verità sulla sua innocenza. Una storia che ci mostra un’altra faccia del nostro Paese, quella che troppo spesso preferiremmo non guardare, ma che abbiamo il dovere di conoscere.
A rendere ancora più dolorosa questa vicenda è anche la questione del risarcimento economico. Al di là degli sviluppi giudiziari relativi all’indennizzo, viene spontaneo domandarsi quale cifra potrebbe mai compensare trentatré anni di libertà perduta. Come si può attribuire un valore economico a tutto ciò che una persona non ha potuto vivere?
Quello che rende Zustìssia particolarmente significativo non è soltanto la denuncia di un’ingiustizia, ma anche la volontà di raccontare chi ha combattuto affinché venisse riconosciuta.
La sceneggiatura sceglie di accompagnarci nella vicenda soprattutto attraverso la prospettiva dell’avvocato Mauro Trogu (Michele Riondino), permettendoci di osservare la giustizia attraverso gli occhi di chi ogni giorno è chiamato a confrontarsi con essa. Una scelta narrativa che ho particolarmente apprezzato, perché non si limita a mostrarci la sofferenza di chi ha subito un’ingiustizia, ma ci permette di osservare anche il lavoro di chi cerca di porvi rimedio.
Assistiamo così allo studio degli atti, alla ricerca delle incongruenze, alle difficoltà processuali e a quella continua alternanza tra speranza e disillusione che accompagna il percorso dell’avvocato. Un lavoro che non si esaurisce nelle aule dei tribunali, ma che richiede tempo, dedizione e soprattutto la capacità di continuare a credere in qualcosa anche quando tutto sembra suggerire il contrario.

Particolarmente significativo è il momento in cui Trogu ammette di aver perso le speranze e di aver finalmente ricominciato a credere nella possibilità di ottenere giustizia. Una fiducia che viene nuovamente messa alla prova dai rinvii delle udienze, anche per questioni legate alle trascrizioni, e da ostacoli che sembrano allontanare ancora una volta la possibilità di arrivare alla verità.
È proprio in questa continua oscillazione che il film riesce a restituire il peso dell’attesa. Ogni rinvio non rappresenta soltanto un ulteriore passaggio giudiziario, ma altro tempo sottratto a una persona che ne ha già perso troppo. Un’attesa che coinvolge inevitabilmente anche la famiglia di Beniamino, in particolare sua sorella, costretta a confrontarsi ripetutamente con la possibilità che quella speranza possa nuovamente svanire.
Michele Riondino offre un’interpretazione convincente, riuscendo a restituire la determinazione di un uomo che non considera il proprio lavoro soltanto una professione, ma anche una responsabilità morale. Il suo Mauro Trogu non è un eroe infallibile, bensì una persona che conosce la fatica, il dubbio e lo sconforto, ma che sceglie comunque di non arrendersi.
Ho apprezzato particolarmente anche Paola Giannini, nei panni di Elisa Osanna, moglie dell’avvocato. La sua non è soltanto una presenza affettiva, ma anche una figura capace di offrire sostegno e consigli, contribuendo al percorso del marito. È significativo, in particolare, il suo suggerimento di coinvolgere maggiormente le persone e favorire una partecipazione pubblica alle udienze, affinché una vicenda così importante non rimanga confinata esclusivamente all’interno delle aule giudiziarie.
Un passaggio che apre un’ulteriore riflessione: quanto può essere importante la presenza della collettività quando è in gioco la libertà di una persona? La giustizia dovrebbe essere garantita indipendentemente dall’attenzione pubblica, eppure il film mostra quanto la partecipazione delle persone possa contribuire a mantenere viva una battaglia che rischierebbe altrimenti di essere dimenticata.
Altrettanto intensa è l’interpretazione di Fabrizio Ferracane, nei panni di Beniamino Zuncheddu. Il suo lavoro attoriale passa soprattutto attraverso il corpo, gli sguardi e i silenzi. La chiusura fisica del personaggio sembra raccontare il peso di una prigionia che non ha soltanto limitato i suoi movimenti, ma ha progressivamente segnato anche il suo rapporto con il mondo.
È attraverso quegli stessi sguardi che Ferracane riesce a lasciare intravedere una speranza che sembra affievolirsi e poi lentamente riemergere. È un’interpretazione misurata, che non ha bisogno di esasperare il dolore per renderlo percepibile allo spettatore. Basta osservare il volto di una persona per comprendere quanto possa essere difficile continuare a credere in qualcosa dopo aver subito un’ingiustizia tanto grande.

Anche gli altri interpreti contribuiscono a restituire la complessità della vicenda giudiziaria. Jacopo Cullin, nei panni di Simone Montaldo, e Geppi Cucciari, interprete di Irene Testa, arricchiscono il racconto attraverso personaggi che si inseriscono nel percorso di ricostruzione della verità. Philippine Leroy-Beaulieu, nel ruolo di Francesca Nanni, offre un’interpretazione misurata e convincente. L’attrice riesce a conferire al proprio personaggio una presenza significativa, soprattutto per il ruolo che ricopre nell’avvio della procedura volta a restituire la libertà a Beniamino Zuncheddu. A loro si aggiunge Francesco Colella, nei panni del procuratore Piantoni, figura che rappresenta un volto differente delle istituzioni: quello di chi, attraverso l’esame degli atti, riesce a riconoscere la gravità dell’ingiustizia subita dal protagonista. Un personaggio che contribuisce a rafforzare uno degli aspetti più significativi del film, ricordandoci che all’interno dello stesso sistema giudiziario esistono anche persone capaci di riconoscere gli errori e di impegnarsi affinché venga ristabilita la verità.

Merita una menzione particolare anche Laura Mura, nei panni di Augusta Zuncheddu, sorella di Beniamino. Un’interpretazione che ho particolarmente apprezzato per la capacità di restituire la caparbietà di una donna che non ha mai smesso di credere nell’innocenza del fratello. La sua determinazione emerge soprattutto nei momenti in cui i continui rinvii delle udienze sembrano mettere nuovamente in discussione una speranza faticosamente ritrovata. Attraverso gli sguardi, le reazioni e la sua presenza scenica, Mura riesce a trasmettere non soltanto il dolore di una sorella costretta a vivere per anni lontana dal fratello, ma anche la forza di chi sceglie di non arrendersi davanti a un’ingiustizia.
Nel complesso, il cast riesce a mantenere una certa naturalezza, evitando che il racconto si trasformi in una semplice contrapposizione tra buoni e cattivi. È proprio questo uno degli aspetti che ho maggiormente apprezzato: la possibilità di osservare persone diverse, con ruoli e responsabilità differenti, all’interno di una storia che ci ricorda quanto le scelte individuali possano incidere sulla vita degli altri.
Interessante anche il lavoro di Francesco Piras alla regia, capace di accompagnare le interpretazioni senza sovrastarle. La macchina da presa lascia spazio ai volti, alle reazioni e ai silenzi dei personaggi, permettendo alle emozioni di emergere senza dover necessariamente ricorrere a una continua enfatizzazione drammatica.

La fotografia di Sandro Chessa contribuisce a costruire una distinzione tra le diverse ambientazioni. Da una parte la Sardegna, con i suoi paesaggi e gli ambienti familiari, dall’altra Roma e gli spazi giudiziari, dove la vicenda assume una dimensione più istituzionale. Un contrasto che permette di percepire la distanza tra la quotidianità di Beniamino e il sistema chiamato a decidere del suo destino.
Anche gli ambienti raccontano qualcosa dei personaggi. Gli spazi domestici restituiscono una dimensione più intima e personale, mentre quelli giudiziari ci riportano continuamente alla complessità di un sistema fatto di procedure, documenti e decisioni che possono cambiare radicalmente l’esistenza di qualcuno.
C’è un aspetto che mi ha maggiormente colpita: la riflessione che lascia una volta terminata la visione. Siamo abituati a parlare di giustizia come di qualcosa che appartiene esclusivamente ai tribunali, ai magistrati, agli avvocati e alle forze dell’ordine. Eppure, prima ancora di diventare un principio giuridico, la giustizia dovrebbe rappresentare anche un valore capace di orientare il nostro modo di vivere e di relazionarci con gli altri.
Come possiamo pretendere una società giusta se siamo i primi a dimenticarci dell’importanza della lealtà, dell’onestà e del rispetto reciproco?

Viviamo in un presente nel quale sembriamo sempre più concentrati su noi stessi, sulle nostre ambizioni e sui nostri interessi, quasi dimenticandoci che condividiamo la stessa società e che le nostre azioni possono avere conseguenze anche sulla vita di chi ci circonda.
Storie come quella di Beniamino Zuncheddu dovrebbero allora portarci a interrogarci non soltanto sul funzionamento della giustizia italiana, ma anche sul nostro senso di responsabilità individuale.
Questo non significa confondere la giustizia con la morale personale, né pensare che basti essere persone oneste per impedire un errore giudiziario. Significa, piuttosto, comprendere che un sistema giusto ha bisogno anche di persone disposte ad agire con integrità, a riconoscere i propri errori e a non piegarsi alla convenienza quando è in gioco la vita di qualcun altro.
Essere giusti non dovrebbe significare comportarsi correttamente soltanto quando qualcuno ci osserva o quando possiamo ricavarne un vantaggio. Dovrebbe significare scegliere di essere leali verso noi stessi e verso il prossimo, anche quando sarebbe più semplice voltarsi dall’altra parte.
Il film ci invita inoltre a riflettere sul rapporto che abbiamo con le istituzioni. Non dovremmo considerare necessariamente colpevole una persona soltanto perché è stata condannata, così come non dovremmo ritenere infallibile chi è chiamato a far rispettare la legge. Magistrati, avvocati e appartenenti alle forze dell’ordine ricoprono ruoli fondamentali, ma restano esseri umani, capaci di compiere scelte giuste e sbagliate.

Ed è proprio per questo che la responsabilità di chi opera nella giustizia dovrebbe essere ancora più grande. Perché dietro ogni procedimento non ci sono soltanto norme da applicare, ma persone la cui esistenza può essere profondamente segnata dalle decisioni prese.
Allo stesso tempo, però, sarebbe sbagliato lasciare che una vicenda del genere ci portasse a perdere completamente la fiducia nel prossimo. Se da una parte esistono persone che possono contribuire a determinare un’ingiustizia, dall’altra ce ne sono altre che scelgono di combatterla.
Ed è qui che Zustìssia trova, secondo me, la sua dimensione più umana.
La storia di Mauro Trogu e di coloro che hanno continuato a sostenere Beniamino ci ricorda che esistono ancora persone disposte a mettere le proprie competenze, il proprio tempo e le proprie energie al servizio di qualcun altro. Uomini e donne che non si arrendono davanti alle difficoltà e che difendono i propri ideali anche quando farlo significa affrontare un percorso lungo, complesso e incerto.

In un mondo nel quale sembra diventare sempre più facile pensare esclusivamente a sé stessi, è importante ricordare che c’è ancora chi sa preoccuparsi sinceramente degli altri. E forse è proprio questa consapevolezza a restituirci un po’ di fiducia nel genere umano.
La giustizia, però, non dovrebbe dipendere dalla fortuna di incontrare qualcuno disposto a difenderla. Dovrebbe essere garantita a tutti, indipendentemente dalle possibilità economiche, dalle conoscenze personali e dalla capacità di attirare l’attenzione pubblica sulla propria vicenda.
È questa la contraddizione più dolorosa che il film ci lascia: lo stesso sistema che ha privato Beniamino Zuncheddu della libertà è anche quello attraverso il quale è stato possibile riconoscere la sua innocenza. Una contraddizione che non dovrebbe essere dimenticata, perché ci ricorda quanto sia necessario continuare a interrogarci sul funzionamento delle nostre istituzioni e sulla responsabilità di chi ne fa parte.
Zustìssia è dunque un film che denuncia, interroga e, al tempo stesso, restituisce speranza. Non perché voglia farci dimenticare ciò che è accaduto, ma perché ci mostra quanto possa essere importante continuare a credere nella possibilità di cambiare le cose. La giustizia non dovrebbe essere un privilegio, una concessione o il risultato di un favore. Dovrebbe essere un diritto. Difenderla è una responsabilità di tutti noi.

