Con Un tranquillo funerale di famiglia, Massimiliano Bruno ci riporta a una commedia che potremmo definire all’italiana, capace di alternare situazioni grottesche, ironia e momenti di riflessione.
Presentato alla 21ª Festa del Cinema di Roma, nella sezione Grand Public, e arrivato nelle sale il 29 ottobre 2026, il film è l’adattamento italiano di Funeral Party, diretto da Frank Oz e scritto da Dean Craig. La sceneggiatura, firmata da Massimiliano Bruno ed Edoardo Falcone, riprende una situazione già di per sé paradossale: un funerale che, anziché rappresentare un momento di raccoglimento, diventa l’occasione per far emergere segreti, incomprensioni e rivalità familiari.

Uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente è proprio la capacità di costruire una narrazione che sembra quasi aprire una finestra su uno spaccato della vita dei personaggi. Ci troviamo davanti a una famiglia che, nonostante le proprie particolarità, finisce per rappresentare alcune delle dinamiche che, in un modo o nell’altro, appartengono a tutti noi.
Al centro del racconto troviamo Daria (Claudia Pandolfi), costretta a confrontarsi non soltanto con le responsabilità legate alla perdita del padre e all’organizzazione del funerale, ma anche con un sentimento più difficile da ammettere: l’invidia nei confronti del fratello Riccardo (Pietro Sermonti), un regista affermato e apprezzato da tutti.

È proprio attraverso questo rapporto che il film riesce a raccontare qualcosa di estremamente umano, perché all’interno di una famiglia non esistono soltanto l’affetto e il senso di appartenenza, ma anche confronti, aspettative, gelosie e quella sensazione, a volte difficile da superare, di non essere mai abbastanza.
Ho apprezzato particolarmente l’interpretazione di Claudia Pandolfi, capace di restituire le diverse sfumature di una donna che si ritrova a dover gestire una situazione che, progressivamente, sfugge al suo controllo. Attraverso Daria, l’attrice riesce a raccontare non soltanto il peso delle responsabilità familiari, ma anche quella continua necessità di dimostrare il proprio valore, soprattutto quando ci si confronta con qualcuno che sembra aver raggiunto tutto ciò che desiderava.
È nel rapporto con Riccardo, interpretato da Pietro Sermonti, che emerge uno degli aspetti più interessanti della vicenda. Da una parte troviamo una donna che sente il peso delle aspettative e delle responsabilità, dall’altra un uomo che, grazie al proprio successo professionale, sembra godere di una considerazione differente all’interno della famiglia.

Ho trovato interessante il modo in cui i due attori riescono a costruire questa contrapposizione, senza rinunciare alla componente ironica, perché dietro le incomprensioni e le rivalità tra fratelli si nasconde qualcosa di molto più profondo: il desiderio di essere riconosciuti, apprezzati e, soprattutto, considerati per ciò che si è realmente.
Claudia Pandolfi e Pietro Sermonti riescono a rendere credibile questa dinamica proprio attraverso le loro interpretazioni, passando da momenti di esasperazione a situazioni comiche nelle quali emerge tutta la fragilità dei rispettivi personaggi.

Ma ciò che, a mio avviso, rappresenta uno dei punti di forza del film è soprattutto la sua coralità.
Ogni interprete riesce a trovare il proprio spazio all’interno della narrazione, contribuendo alla costruzione di situazioni comiche che funzionano grazie a un buon equilibrio tra battute, gestualità e tempi di recitazione.
Diego Abatantuono, nei panni di Alfredo, rappresenta una delle presenze più riconoscibili del cast. La sua esperienza nella commedia italiana si inserisce in un racconto che fa del paradosso e delle reazioni dei personaggi uno dei principali strumenti comici. Ho apprezzato soprattutto il modo in cui il film riesce a far convivere interpreti con caratteristiche e sensibilità differenti, senza perdere quell’armonia necessaria a una narrazione corale.

Una menzione particolare va a Stefania Sandrelli, che interpreta Sandra e che ho apprezzato moltissimo in questa veste. La sua presenza contribuisce ad arricchire ulteriormente il carattere surreale della vicenda, dimostrando quanto sia importante, soprattutto in una commedia di questo tipo, saper giocare con il proprio personaggio e con le situazioni che lo coinvolgono.

Ho apprezzato particolarmente anche Carlo Amleto, soprattutto per il modo in cui, attraverso il suo personaggio, viene rappresentato un aspetto estremamente attuale della nostra società: la presenza sempre più predominante dei social, persino in situazioni che richiederebbero maggiore delicatezza e riservatezza.
È interessante osservare come anche un momento quale quello di un funerale possa trasformarsi in un’occasione nella quale la dimensione sociale e quella digitale finiscono per sovrapporsi. Un elemento che, all’interno del film, contribuisce a rafforzare la componente umoristica, ma che allo stesso tempo ci porta a riflettere su quanto il bisogno di condividere e mostrarsi abbia modificato il nostro modo di vivere determinate esperienze.

Beatrice Arnera, invece, è stata una delle interpretazioni che ho apprezzato maggiormente. Il suo personaggio, sotto l’effetto dell’LSD, dà vita a una serie di situazioni nelle quali l’attrice dimostra una notevole capacità di utilizzare il corpo, la gestualità e le espressioni per costruire la comicità.
Ho trovato particolarmente riuscito proprio questo aspetto della sua interpretazione, perché non si limita alla semplice battuta, ma diventa una vera e propria performance fisica. La capacità di rendere credibile uno stato di alterazione, mantenendo allo stesso tempo il ritmo della commedia, contribuisce a creare momenti che definirei quasi epici dal punto di vista attoriale. È una prova che richiede una grande padronanza dei tempi comici e che, personalmente, ho trovato estremamente convincente.

Accanto a lei, anche Dino Abbrescia contribuisce a rendere ancora più efficace il susseguirsi degli equivoci. Ho apprezzato molto la sua interpretazione, soprattutto per la naturalezza con cui riesce a inserirsi nelle dinamiche più assurde della vicenda, valorizzando le situazioni attraverso le reazioni e i tempi comici.
Anche Stefano Fresi, nel ruolo di Osvaldo, si inserisce in questo gioco di situazioni paradossali. La sua presenza, insieme a quella di Carlo Buccirosso, contribuisce ad arricchire il racconto di personalità differenti, ciascuna con un proprio modo di affrontare gli eventi e di reagire agli imprevisti.

A completare questo insieme troviamo Edoardo Ferrario, Giovanni Iovino, Alessandro Mauthe e Giulia Vecchio, interpreti che contribuiscono alla costruzione di una commedia nella quale anche le figure che non occupano costantemente il centro della scena hanno un ruolo nel mantenere vivo il ritmo narrativo.
È proprio questa armonia tra gli attori a rendere la visione piacevole e coinvolgente. Ciascuno contribuisce, con le proprie caratteristiche, a costruire un insieme che funziona, dimostrando quanto, in una commedia di questo tipo, sia importante non soltanto la scrittura delle situazioni, ma anche la capacità degli interpreti di renderle vive e credibili.

La regia di Massimiliano Bruno accompagna questo susseguirsi di situazioni attraverso una messa in scena che valorizza il carattere corale della vicenda. Il funerale diventa quasi un palcoscenico sul quale ogni personaggio, prima o poi, è costretto a mostrare qualcosa di sé, anche quando vorrebbe continuare a nasconderlo.
Ed è qui che, secondo me, la commedia assume un significato ulteriore, perché se da una parte il film ci porta a ridere delle situazioni più assurde, dall’altra ci invita a riflettere su quanto spesso le nostre scelte siano condizionate dalle aspettative degli altri, soprattutto quando queste provengono dalla famiglia.
La volontà di essere apprezzati, il bisogno di dimostrare qualcosa, la paura del giudizio e il confronto continuo con chi ci circonda diventano elementi attraverso i quali riconoscere anche alcune delle nostre fragilità.
E allora il messaggio che personalmente ho colto è proprio questo: sentirsi liberi di vivere la vita che desideriamo.
Liberi di compiere le nostre scelte, di sbagliare, di cambiare direzione e soprattutto di non dover necessariamente corrispondere all’immagine che gli altri hanno costruito di noi.
Ho apprezzato, infine, anche la scelta di accompagnare i titoli di coda con un momento musicale che coinvolge gli interpreti del film e Malika Ayane. Un modo divertente per concludere una storia che ha fatto della coralità uno dei suoi elementi più riusciti.

Un tranquillo funerale di famiglia è quindi una commedia che ho trovato piacevole, divertente e ben interpretata, ma soprattutto capace di utilizzare il linguaggio dell’ironia per raccontare qualcosa che ci riguarda molto da vicino.
In fondo, ogni famiglia custodisce le proprie contraddizioni, i propri segreti e le proprie incomprensioni e forse imparare ad accettare tutto questo, senza rinunciare a essere noi stessi, è già un buon punto di partenza per sentirci davvero liberi.


