Tutto l’amore che resta – Imperfettamente giusti

Il settimo episodio di Tutto l’amore che resta porta alla luce verità nascoste e mette i protagonisti di fronte alle conseguenze delle proprie scelte. Tra confessioni dolorose, rapporti familiari e paura di sentirsi sbagliati, la fiction continua a emozionare grazie a interpretazioni convincenti, pur mantenendo alcuni sviluppi prevedibili. La pagella si apre con una riflessione critica sulla programmazione delle fiction Rai e sul rispetto per il pubblico e per chi lavora dietro le quinte.

Le pagelle di Granelli | Quarta serata – Episodio 7

🎬 Regia 8,5
📝 Sceneggiatura 8
📷 Fotografia 9
🎭 Interpretazioni 9
📖 Storia nel complesso 8

Prima di entrare nel racconto del settimo episodio di Tutto l’amore che resta, vorrei concedermi una riflessione sulla programmazione delle fiction Rai. Una riflessione che nasce non soltanto dalla scelta di trasmettere questa settimana un unico episodio, ma da una questione che, a mio parere, riguarda ormai più in generale la televisione italiana.

Le fiction iniziano troppo tardi. E questo, per chi le segue con passione, non è un dettaglio trascurabile.

In questi giorni si è parlato di cali degli ascolti e di possibili esperimenti legati alla programmazione. Non conosco le ragioni che abbiano portato a questa scelta e non voglio attribuire intenzioni che non posso conoscere. Posso però esprimere il mio punto di vista, quello di una persona che segue le fiction Rai fin da quando era bambina e che continua a considerarle un appuntamento importante della propria settimana.

Credo che qualcosa, in questo modo di programmare, sia profondamente sbagliato.

Trovo sbagliato penalizzare un prodotto come Tutto l’amore che resta, così come trovo sbagliato costringere il pubblico ad attendere fino a tarda sera per seguire una fiction. E non mi riferisco soltanto a questa serie, ma anche alle altre produzioni che si trovano nella stessa situazione.

L’orario incide inevitabilmente sulle abitudini di visione. Oggi, grazie a RaiPlay, recuperare un episodio il giorno successivo è diventato semplicissimo. Basta pensare a quante persone, davanti a un inizio troppo tardivo, possono scegliere di rimandare la visione. Non necessariamente perché abbiano perso interesse, ma perché la vita non si esaurisce davanti a uno schermo.

Ci sono persone che lavorano, che studiano, che si svegliano presto e che, dopo una giornata impegnativa, vorrebbero semplicemente concedersi un momento di spensieratezza. Perché rendere sempre più difficile anche questo piccolo appuntamento?

Comprendo che gli ascolti abbiano un peso nelle scelte televisive, ma credo che non possano essere l’unico parametro attraverso cui valutare il rapporto con il pubblico. Seguire una fiction dovrebbe essere un piacere, non una prova di resistenza al sonno.

Vorrei concludere questa riflessione esprimendo la mia solidarietà a tutte le persone che lavorano nel settore produttivo. Dietro una fiction ci sono prima di tutto professionisti, posti di lavoro, competenze, dedizione e amore per ciò che si realizza. Ogni progetto nasce dall’impegno di tante persone, spesso lontane dai riflettori, il cui lavoro merita attenzione e rispetto.

Forse queste parole non cambieranno nulla, ma credo valga comunque la pena pronunciarle. Cominciamo a pensare un po’ di più alle persone e un po’ meno soltanto ai numeri.

Chiusa questa parentesi, torniamo al settimo episodio di Tutto l’amore che resta.

Come avevo immaginato, molti nodi sono arrivati al pettine. Le verità che i personaggi hanno cercato di nascondere cominciano a essere dichiarate, portando con sé conseguenze che non possono più essere rimandate.

Il momento più importante riguarda Vittoria (Gloria Harvey), che nel finale trova il coraggio di confessare a Giulio (Francesco Leo) la verità sull’incidente. La reazione del ragazzo è durissima: Giulio arriva ad affermare che avrebbe preferito essere ucciso piuttosto che ricevere quella notizia.

È una scena dolorosa, ma anche una reazione che, almeno personalmente, avevo immaginato. La scoperta riguarda qualcosa che ha cambiato profondamente la sua vita e arriva proprio dalla persona alla quale aveva cominciato ad avvicinarsi sentimentalmente. Non si tratta soltanto di fare i conti con il passato, ma di scoprire che quel passato è entrato, senza che lui lo sapesse, anche nel presente.

Se la svolta narrativa non sorprende, è l’interpretazione di Francesco Leo a dare forza alla sequenza. Il suo sguardo riesce a comunicare una sofferenza che va oltre le parole. Il dolore, l’incredulità e il senso di tradimento trovano spazio nell’espressione del volto, permettendo allo spettatore di percepire il peso della rivelazione.

Sto apprezzando, però, soprattutto l’evoluzione di Vittoria. Il personaggio sembra acquisire una consapevolezza differente, che emerge non soltanto nel rapporto con Giulio, ma anche nel modo in cui si confronta con la madre e con il fratello Matteo (Francesco De Rosa).

Proprio tra i due fratelli troviamo una delle scene che ho apprezzato maggiormente di questo episodio.

Matteo si sente sbagliato dopo essersi dichiarato alla professoressa Gaia (Federica Pagliaroli). La ragazza gli fa comprendere che tra loro non può nascere una relazione, ma il modo in cui affronta la situazione finisce per ferirlo. Il problema non è il rifiuto in sé, né il fatto che Gaia riconosca i confini che devono esistere nel loro rapporto. È piuttosto il modo in cui quelle parole arrivano a Matteo, che finisce per interpretarle come una conferma delle proprie insicurezze.

Quante volte, davanti a un rifiuto, smettiamo di chiederci se una situazione sia possibile e iniziamo invece a domandarci che cosa ci sia di sbagliato in noi?

È qui che Vittoria riesce a entrare davvero in contatto con il fratello. Matteo si è chiuso nella propria stanza, ma lei trova il modo di raggiungerlo attraverso ciò che gli è familiare, entrando nel suo spazio e rispettando il suo modo di vivere le emozioni.

Non cerca semplicemente di convincerlo che tutto andrà bene. Riesce a fargli sentire che essere rifiutati non significa essere sbagliati.

È un momento che racconta la crescita di entrambi: Matteo affronta una delusione che fatica a comprendere, mentre Vittoria dimostra una sensibilità nuova nel modo di avvicinarsi a lui. Una scena che, nella sua semplicità, riesce a lasciare qualcosa allo spettatore.

Da questo rapporto nasce anche un’altra riflessione che considero sempre più centrale nella fiction: il ruolo dei genitori.

Come si relaziona oggi un genitore con i propri figli? Con timore, con durezza, con eccessiva apprensione? E soprattutto, come si trova un equilibrio tra il desiderio di proteggerli e la necessità di lasciarli crescere?

Tutto l’amore che resta ci mostra modi diversi di vivere la genitorialità, spesso contraddittori, ma proprio per questo interessanti.

Paola (Fiorenza Pieri) è una madre che teme la fragilità del proprio figlio Luca. La sua volontà di tenere tutto sotto controllo nasce dal desiderio di proteggerlo, ma finisce per produrre l’effetto opposto. Nel tentativo di evitare che qualcosa possa sfuggirle, si ritrova a perdere proprio quel controllo che cercava disperatamente di mantenere.

C’è poi Elisabetta (Anna Favella), la madre di Vittoria e Matteo. Il suo atteggiamento sembra riservare maggiori attenzioni al figlio, una differenza che Vittoria percepisce e che inevitabilmente la ferisce. Eppure, dietro la commozione della madre, non posso fare a meno di intravedere anche una certa fierezza nei confronti della figlia. Un sentimento che forse fatica a esprimere, ma che sembra comunque trovare spazio.

Infine, c’è Grazia (Elettra Mallaby), la madre di Nuri, che per la prima volta si apre maggiormente con la figlia, lasciando emergere quelle paure che fino a quel momento aveva cercato di nascondere. E proprio attraverso questa sincerità riesce finalmente a incoraggiarla.

Tre modi differenti di essere madri, accomunati da un elemento: la paura di non riuscire a proteggere abbastanza i propri figli.

Eppure, forse, essere genitori non significa poter impedire ogni sofferenza. Significa accompagnare, sostenere, esserci quando serve e imparare, quando necessario, a fare un passo indietro.

In fondo, anche i genitori sono persone che stanno imparando. Possono sbagliare, possono avere paura e possono non trovare sempre le parole giuste. Nessuno nasce sapendo già come essere madre o padre, così come nessun figlio possiede tutte le risposte per affrontare la vita.

I genitori possono guidarci, ma non vivere al posto nostro. E anche loro, mentre noi cresciamo, continuano a imparare.

Intanto, gli altri ragazzi si trovano ad affrontare conflitti che diventano sempre più difficili da ignorare.

Ambra (Adriana Savarese) deve fare i conti con Carlotta (Gaia Ravina) e con una verità che l’amica le ha nascosto. Quando a mentire è una persona alla quale siamo particolarmente legati, la scoperta può ferire persino più di ciò che è stato tenuto segreto. Perché a incrinarsi non è soltanto la conoscenza di un fatto, ma la fiducia che avevamo riposto nell’altro.

Carlotta, però, sta sempre peggio e non vuole essere compatita. Una condizione che rende ancora più complesso il loro rapporto e che mette Ambra davanti alla necessità di comprendere una realtà che, fino a quel momento, non conosceva completamente.

Anche in questo caso, l’interpretazione di Adriana Savarese riesce a comunicare molto attraverso le espressioni del volto. Ambra lascia trasparire emozioni che non hanno sempre bisogno di essere esplicitate nei dialoghi. È proprio questa capacità di rendere visibile ciò che il personaggio prova a rendere convincente il suo percorso.

Prosegue anche la vicenda di Pietro (Riccardo De Rinaldis), con la droga ancora al centro delle sue difficoltà. Il ragazzo subisce anche un’aggressione, ma continua a pensare a Nuri (Pierpaola Janvier) e al risultato che lei spera di raggiungere. Un contrasto che mostra quanto le sue difficoltà personali continuino a convivere con il desiderio di esserci per qualcuno.

Nel complesso, il settimo episodio si mantiene sulla stessa linea narrativa dei precedenti. La sceneggiatura continua a far emergere i conflitti dei protagonisti e le interpretazioni sostengono efficacemente le situazioni più intense. Rimane, però, quella sensazione di prevedibilità che avevo già evidenziato nella pagella della terza serata.

Le verità vengono dichiarate, i rapporti si complicano e i personaggi sono costretti a confrontarsi con le conseguenze delle proprie azioni. Tutto funziona, ma molti sviluppi continuano a seguire una direzione che lo spettatore può intuire con un certo anticipo.

È per questo che ho scelto di mantenere invariati i voti. La regia e la fotografia continuano a sostenere il racconto, mentre le interpretazioni rimangono uno degli elementi più convincenti della serie. In particolare, Francesco Leo e Adriana Savarese riescono, attraverso lo sguardo e le espressioni facciali, a trasmettere emozioni che arrivano direttamente allo spettatore.

La storia continua a coinvolgere, ma attendo ancora quel passaggio narrativo capace di sorprendermi davvero. Intanto, la prossima settimana arriverà l’ultimo appuntamento e scopriremo dove condurranno queste verità finalmente dichiarate.

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Antonella Bonni

Mi chiamo Antonella Bonni e sono una sceneggiatrice. La mia passione per le storie nasce da bambina, tra le fiction Rai e i libri, che mi hanno accompagnata fino alla laurea in Lettere Moderne, con una tesi dedicata a Eduardo De Filippo e Luigi Pirandello. L'amore per il cinema mi ha poi condotta a Roma, dove ho conseguito una seconda laurea in Cinema & New Media alla DAM Academy, con una tesi in sceneggiatura dedicata al ruolo del beat e al ritmo della storia. Cinema, televisione, teatro, musical e musica continuano oggi ad alimentare il mio modo di scrivere e di guardare i personaggi: mi interessa capire cosa desiderano, cosa li muove e cosa si nasconde dietro le loro parole e i loro silenzi. Da bambina guardavo quelle storie senza sapere dove mi avrebbero portata. Oggi provo a scriverne di nuove, con la speranza che possano accompagnare qualcun altro proprio come quelle hanno accompagnato me.

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