Tutti guardano Temptation Island

Si è definitvamente conclusa lunedi 14 settembre l’ultima edizione di Temptation Island, quello che ormai più che un programma televisivo è diventato il vero rito collettivo dell’estate italiana. Altro che anguria, tormentoni e ferie al mare: l’estate comincia ufficialmente quando Filippo Bisciglia pronuncia «Ho un video per te», con l’immancabile “I love the way you lie” in sottofondo. E poco importa chi ci sia davanti allo schermo. Temptation Island sembra aver realizzato uno dei pochi miracoli che riescono ancora alla televisione generalista: mettere d’accordo pubblici diversissimi per età, genere, istruzione e occupazione. Tutti democraticamente riuniti davanti alle disgrazie sentimentali altrui.

Quest’anno, poi, i numeri hanno assunto proporzioni difficili da ignorare: quasi 4 milioni di spettatori di media e il 31,47% di share, con la penultima puntata arrivata a 4,4 milioni e il gran finale oltre il 35%. Un successo proseguito anche con gli appuntamenti speciali di Temptation Island… e poi… e poi…, perché evidentemente vedere una relazione implodere non basta: vogliamo sapere anche se, una volta raccolti i cocci, qualcuno ha avuto la brillante idea di rimetterli insieme.

Per quei pochi che negli ultimi anni hanno vissuto senza WI-FI o TV o senza alcuna interazione sociale, il meccanismo è semplicissimo. Alcune coppie arrivano in un resort — quest’anno nella splendida Guardavalle Marina, in provincia di Catanzaro — e vengono immediatamente separate. Fidanzati da una parte, fidanzate dall’altra. Con loro, nei rispettivi villaggi, un gruppo di single che il programma chiama “tentatori” e “tentatrici”, perché “persone molto molto molto molto attraenti messe lì appositamente per far saltare relazioni già traballanti” sarebbe probabilmente troppo lungo per la grafica. Da quel momento comincia l’esperimento. O il massacro, a seconda dei punti di vista.

I concorrenti osservano attraverso video accuratamente selezionati ciò che il proprio partner fa nel villaggio opposto: conversazioni, confidenze, massaggi, abbracci, avvicinamenti sospetti e quella particolare categoria di frasi che iniziano sempre con «Con te riesco a parlare come non ho mai fatto con lei/lui». Fino all’inevitabile resa dei conti davanti al falò, sotto lo sguardo di Filippo Bisciglia, ormai contemporaneamente conduttore, narratore e psicologo.

Ma diciamoci la verità: Temptation Island funziona così bene perché mette in scena uno dei desideri più inconfessabili di chiunque abbia avuto una relazione. Diventare invisibili per qualche giorno e osservare il proprio partner quando pensa che noi non ci siamo. Chi non vorrebbe essere quella mosca? Non è soltanto gelosia. È qualcosa di persino più irresistibile: la curiosità di scoprire chi sia davvero una persona quando esce dal nostro radar visivo e sentimentale. Come parla di noi? Ci difende? Ci ridicolizza? Sente la nostra mancanza? E soprattutto: quanto impiega prima di raccontare a uno sconosciuto in costume problemi di coppia che con noi non affrontava da anni? È qui che Temptation Island smette di essere soltanto un reality sui tradimenti e diventa una specie di gigantesco specchio deformante delle relazioni. Esagerato, costruito televisivamente, montato per creare suspense, certo. Ma dentro quello specchio finiscono insicurezze, gelosie, rancori, dipendenze emotive e dinamiche che molti spettatori hanno vissuto almeno una volta, magari senza riconoscerle mentre accadevano. Solo che nella vita reale non c’è Filippo Bisciglia che arriva con un tablet a dirti: «C’è un altro video».

Poi c’è il folklore, ingrediente fondamentale. Perché tutta questa antropologia sentimentale viene servita insieme a pianti, urla, dialetti, fughe sulla spiaggia, sedie spostate con eccessivo trasporto e un villaggio viene sistematicamente messo “sotto e sopra” (-cit.). E naturalmente le frasi tormentone che ti rimangono più in testa dei tormentoni estivi (non che ultimamente sia una cosa difficile ma tratteremo questo argomento magari un un altro articolo). Quest’anno abbiamo avuto “follia”, “sbambai”, “Hulk” e un repertorio linguistico che meriterebbe ormai un dizionario Treccani dedicato.

Esisteranno certamente manuali di psicologia capaci di spiegare questi meccanismi meglio di quanto possa fare io ma il merito di Temptation Island, però, è aver capito che quelle dinamiche potevano diventare televisione. Una televisione estremamente efficace. Peraltro attraverso una formula produttiva relativamente semplice: un resort, qualche telecamera, delle coppie sufficientemente fragili e la più potente materia prima disponibile a costo zero: l’essere umano quando è convinto di avere ragione. Un altro colpo perfettamente riuscito a Fascino PGT, la società di produzione partecipata da Maria De Filippi e Mediaset.

C’è poi un elemento decisivo: i protagonisti sono, almeno in partenza, persone comuni. Non professionisti del reality, non celebrità allenate a riconoscere una telecamera anche riflessa nel cucchiaino del caffè. Ed è proprio questa inesperienza a rendere il meccanismo molto più efficace. Entrano convinti di voler “capire se possono fidarsi” del proprio partner e dopo pochi giorni qualcuno sta già spiegando a una tentatrice conosciuta martedì che «con lei sente una connessione mai provata prima». Anche il ruolo dei single è perfettamente inserito nell’ingranaggio. I fidanzati possono convincersi che quel ragazzo o quella ragazza incontrati nel villaggio provino un interesse autentico per loro. Può naturalmente accadere, ma è difficile dimenticare che siamo pur sempre all’interno di un programma televisivo al quale i single partecipano anche per visibilità e opportunità. Quando però una relazione arriva già piena di crepe, basta pochissimo perché qualcuno scambi un po’ di attenzione, due complimenti e un tuffo a mezzanotte per l’incontro del destino che aspettava da tutta la vita.

E noi spettatori siamo lì ad aspettare esattamente quel momento. Possiamo raccontarci di guardare Temptation Island per analizzare le dinamiche di coppia. Possiamo parlare di sociologia, psicologia, costume e crisi delle relazioni contemporanee. Tutto vero. Ma aspettiamo il tradimento. Aspettiamo quel mezzo secondo in cui le bocche si avvicinano troppo, il sottopancia annuncia immagini che “il tuo fidanzato non ha ancora visto” e milioni di persone sul divano assumono contemporaneamente la stessa espressione scandalizzata. Salvo poi comportarsi come se il tradimento fosse un fenomeno sconosciuto fino alla sera precedente.

Ed è forse questa l’ultima genialità del programma: ci permette di essere dei guardoni senza ammettere di esserlo, moralisti dopo aver sperato per quaranta minuti che succedesse qualcosa e giudici inflessibili delle relazioni altrui comodamente seduti dentro le nostre, il più delle volte più tossiche di quelle del programma. Quest’anno, poi, il casting supervisionato da Raffaella Mennoia ha praticamente completato l’album delle figurine delle dinamiche sentimentali. Abbiamo avuto quasi ogni possibile evoluzione narrativa: il tradimento, la proposta di matrimonio, la corsa disperata sulla spiaggia e persino il fidanzato costretto ad assistere alla propria compagna che litigava con il tentatore con l’intensità di una coppia sposata da quindici anni. Mancava forse soltanto Filippo che celebrava direttamente un matrimonio davanti al falò. Ma c’è sempre la prossima edizione.

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Vincenzo Cacciatore

Siciliano, nerd, adesso anche articolista per questo blog in quanto appassionato di televisione da sempre (ma dai?).
Cosa vuoi sapere di me? Dal Sud mi sono trapiantato al Nord per studiare: prima Padova, poi Bologna. Adesso vivo e lavoro a Roma. Un percorso assolutamente originale che non aveva mai fatto nessuno prima.
Passo le giornate in una Big Pharma facendo il Sales Analyst, quindi principalmente Excel, numeri e grafici.
Faccio CrossFit, nuoto e pallavolo, ma faccio schifo in tutti e tre. Amo il vino, il mare, viaggiare e tutte quelle altre cose che piacciono a chiunque. Vorrei anche la pace nel mondo.
Ma ho anche dei difetti.

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3 commenti

    • Grazie mille davvero, apprezzo davvero tanto che è passato il messaggio che volevo comunicare nonostante il tono leggero e scherzoso

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