Le pagelle di Granelli | Seconda serata – Rai 1
🎬 Regia 8
📝 Sceneggiatura 8
📷 Fotografia 7,5
🎭 Interpretazioni 8,5
📖 Storia nel complesso 8,5
«Non tutti gli abusi lasciano segni sul corpo, ma possono fare altrettanto male».
Quante volte pensiamo alla violenza associandola esclusivamente a un segno visibile sul corpo?

Tuttavia esistono ferite che non possiamo vedere, ma che possono essere altrettanto profonde. Ferite che continuano a condizionare la vita di chi le ha subite, anche quando il tempo passa. È con questa riflessione che la seconda serata di Teresa Battaglia – Figlia della cenere riesce a coinvolgere maggiormente lo spettatore rispetto alla precedente, portando al centro del racconto il tema della violenza fisica e psicologica.
L’indagine condotta da Teresa Battaglia (Elena Sofia Ricci) rivela un elemento comune tra le vittime: uomini che, dietro un’apparente rispettabilità, nascondevano comportamenti violenti nei confronti delle donne. Parallelamente, il ritorno dell’ex marito Sebastiano Corsi (Maurizio Donadoni) costringe Teresa a confrontarsi con un passato segnato dagli abusi. Due percorsi narrativi che sembrano rispecchiarsi, ricordandoci quanto spesso la violenza venga taciuta e come il silenzio possa rendere ancora più difficile riconoscerla, soprattutto quando non lascia segni evidenti.
È interessante osservare come Teresa, una donna abituata a riconoscere il dolore degli altri, faccia ancora fatica a confrontarsi con il proprio. La sua durezza sembra diventare una forma di protezione, quasi che mostrare le proprie fragilità significasse concedere nuovamente a qualcuno il potere di ferirla. Elena Sofia Ricci continua a restituire questa complessità attraverso un’interpretazione misurata, capace di raccontare anche ciò che il personaggio sceglie di non dire.
A rendere questa seconda serata più coinvolgente contribuiscono anche i rapporti tra i personaggi, che acquistano sempre più spazio all’interno della narrazione. Particolarmente interessante è quello tra Teresa e Albert Lona (Fausto Maria Sciarappa), un rapporto che, pur mantenendo le divergenze caratteriali e professionali, lascia emergere comunque quel senso protettivo.

Accanto a loro, Giacomo Parisi (Gianluca Gobbi) sembra trovare una nuova intesa con Serena Giorgi (Sara Drago). Tra i due si percepisce una confidenza crescente, raccontata attraverso dialoghi e piccoli gesti che lasciano intravedere la possibilità che possa nascere qualcosa di più. Un avvicinamento che apprezzo soprattutto per la sua naturalezza e per la capacità della sceneggiatura di valorizzare il non detto, dimostrando come, a volte, uno sguardo o un gesto possano raccontare molto più di un dialogo.

Diversa è invece la situazione di Massimo Marini (Giuseppe Spata), che, nonostante sia stato colpito e ferito, sembra voler tornare immediatamente al lavoro. Una scelta che potrebbe nascondere qualcosa di più della semplice dedizione professionale. Dopo il rifiuto ricevuto alla sua proposta di matrimonio, il lavoro potrebbe rappresentare un modo per non affrontare quella delusione, quasi che concentrarsi sull’indagine gli permettesse di rimandare il confronto con i propri sentimenti.

Anche la vicenda di Elena Privitera (Giulia Petrungaro) e Massimo offre uno spunto di riflessione interessante: che cosa rappresenta oggi il matrimonio? Una scelta d’amore oppure un passo che ci sentiamo quasi obbligati a compiere quando sta per arrivare un figlio? La gravidanza di Elena e il rifiuto della proposta di matrimonio sembrano portarci proprio davanti a queste domande. Scegliere di costruire una famiglia insieme non significa necessariamente desiderare anche il matrimonio. È proprio qui che emerge una distinzione importante: amare qualcuno non dovrebbe significare sentirsi obbligati a dimostrarlo attraverso una scelta che non si è pronti a compiere.

Anche Alice (Marial Bajma-Riva) sembra attraversare un cambiamento. La conoscenza di un nuovo ragazzo pare averla progressivamente allontanata dal lavoro investigativo, lasciando maggiore spazio alla sua vita sentimentale. Eppure, quella che inizialmente potrebbe sembrare una semplice frequentazione assume contorni più inquietanti quando scopriamo che i loro incontri vengono osservati e documentati attraverso alcuni scatti fotografici. Chi si nasconde dietro quelle immagini? E soprattutto, potrebbe esserci un collegamento con il killer? Un interrogativo che contribuisce ad alimentare il mistero e a mantenere viva la curiosità dello spettatore.

La sceneggiatura di Donatella Diamanti, Mario Cristiani, Valerio D’Annunzio e Giovanna Koch riesce a intrecciare maggiormente la dimensione investigativa con quella personale, mantenendo viva la curiosità anche attraverso nuovi interrogativi. Tra questi, il mistero dei messaggi ricevuti dall’ex marito di Teresa e la morte del giornalista Mauro Degano (Massimo Poggio), ritrovato nella Basilica di Aquileia a termine della puntata. Una svolta che apre ulteriori domande su ciò che stava cercando di scoprire e sulle possibili connessioni con l’indagine.

La regia di Kiko Rosati continua a valorizzare i rapporti tra i personaggi, lasciando spazio tanto alla tensione investigativa quanto ai momenti più intimi. La fotografia di Davide Sondelli mantiene invece quelle atmosfere fredde che caratterizzano la serie, contribuendo a restituire il clima di inquietudine che accompagna la vicenda.
Figlia della cenere sembra dunque voler raccontare qualcosa che va oltre la ricerca di un assassino. Attraverso le storie dei suoi personaggi, la serie ci porta a riflettere sulla violenza, sulle conseguenze che lascia e sui diversi modi in cui affrontiamo le relazioni. C’è chi cerca di proteggersi dal passato, chi trova rifugio nel lavoro, chi si concede la possibilità di avvicinarsi a qualcuno e chi, invece, rivendica la libertà di scegliere come vivere il proprio amore.
Una ferita non deve necessariamente essere visibile per continuare a fare male. Riconoscerla è il primo passo per non permetterle di definire per sempre chi siamo.


