Teresa Battaglia – Figlia della cenere | Il peso dei ricordi
Le pagelle di Granelli | Prima serata – Rai 1
🎬 Regia 8
📝 Sceneggiatura 8
📷 Fotografia 7,5
🎭 Interpretazioni 8,5
📖 Storia nel complesso 8,5

Che cosa accade quando i ricordi che vorremmo dimenticare continuano a tormentarci, mentre quelli che desideriamo conservare rischiano lentamente di scomparire?
È forse questa una delle domande che accompagnano la visione di Teresa Battaglia – Figlia della cenere, diretta da Kiko Rosati e sceneggiata da Donatella Diamanti, Mario Cristiani, Valerio D’Annunzio e Giovanna Koch. La fiction Rai, tratta dall’universo letterario di Ilaria Tuti, vede Elena Sofia Ricci tornare nei panni della commissaria Teresa Battaglia, una donna dal carattere forte, apparentemente impenetrabile, ma che nasconde una fragilità molto più profonda di quanto sia disposta ad ammettere.

La storia ci riporta ancora una volta nel mondo delle indagini, tra misteri da risolvere e verità da portare alla luce. L’elemento investigativo occupa uno spazio importante all’interno della narrazione, ma, almeno in questa prima serata, è soprattutto la vicenda personale di Teresa a catturare l’attenzione dello spettatore. Dietro quella donna determinata, spesso scontrosa e poco incline a mostrare i propri sentimenti, si nasconde qualcuno che sta combattendo una battaglia molto più difficile di qualsiasi indagine.

Teresa soffre di Alzheimer, una malattia che rischia di compromettere progressivamente la sua memoria e, con essa, una parte fondamentale della sua identità. È quasi paradossale pensare che una donna abituata a osservare, ricordare e ricostruire i dettagli più nascosti di un’indagine debba ora confrontarsi con la possibilità di perdere proprio quelle capacità che l’hanno sempre contraddistinta.

A rendere ancora più complessa questa situazione è il ritorno dell’ex marito, Sebastiano Corsi (Maurizio Donadoni), la cui presenza sembra riportare alla luce ricordi tutt’altro che piacevoli. Teresa reagisce con rabbia, una rabbia che sembra appartenere a un passato non ancora superato e che, inevitabilmente, finisce per riaffiorare. Ed è qui che si crea uno dei contrasti più interessanti della storia: mentre la malattia rischia di cancellare i suoi ricordi, alcuni di essi continuano a tormentarla, quasi rifiutandosi di scomparire.

Elena Sofia Ricci si conferma un’attrice straordinaria, capace di restituire tutte le sfumature di un personaggio che non ha bisogno di grandi manifestazioni emotive per raccontare ciò che prova. La sua è un’interpretazione che lavora di sottrazione, attraverso sguardi, silenzi e piccoli gesti. Teresa è una donna che tace, che preferisce non mostrare, quasi volesse proteggere dagli altri quella parte di sé che considera più vulnerabile. Soltanto quando è sola sembra concedersi la possibilità di abbassare, anche per pochi istanti, quella corazza che indossa quotidianamente. Ed è proprio nella solitudine che riesce a mostrarsi, almeno in parte, persino a sé stessa.

Un altro aspetto interessante riguarda i rapporti che Teresa ha costruito nel corso delle stagioni con le persone che la circondano. Tra lei e Massimo Marini (Giuseppe Spata) si percepisce ormai una complicità maggiore, frutto di una conoscenza reciproca che ha permesso a entrambi di comprendere meglio il carattere dell’altro. Accanto a loro ritroviamo Giacomo Parisi (Gianluca Gobbi), presenza fondamentale nella vita professionale di Teresa, capace di riconoscerne le fragilità anche quando lei cerca di nasconderle. È proprio questa familiarità a rendere credibili i rapporti all’interno della squadra, dove gli sguardi e i piccoli gesti sembrano talvolta raccontare più delle parole.
Interessante anche l’ingresso di Serena Giorgi (Sara Drago), nuovo capo della Scientifica, che introduce un’altra presenza femminile all’interno della squadra. La possibilità di vedere Teresa confrontarsi con una donna durante le indagini rappresenta una novità che arricchisce le dinamiche del gruppo. Ritroviamo inoltre Albert Lona (Fausto Maria Sciarappa), il dirigente della Squadra Mobile, il cui rigore continua a contrapporsi al carattere istintivo della protagonista.

Dal punto di vista della sceneggiatura, ho apprezzato soprattutto il ritmo dei dialoghi, che risultano scorrevoli e ben costruiti, accompagnando con naturalezza i rapporti tra i personaggi. Ho trovato, invece, alcuni passaggi dell’indagine leggermente rallentati. Non si tratta di un problema che compromette la visione, ma di momenti in cui la componente investigativa sembra perdere parte della propria incisività. A mantenere vivo l’interesse è soprattutto il percorso personale di Teresa, che finisce per diventare il vero centro emotivo della narrazione.
Anche la fotografia di Davide Sondelli contribuisce a definire l’atmosfera della serie. Il freddo si percepisce, quasi riuscisse ad attraversare lo schermo. Le ambientazioni e le tonalità delle immagini restituiscono una sensazione costante di rigidità, accompagnando il mistero e quel clima di inquietudine che caratterizza la vicenda. Una fotografia funzionale al racconto, capace di immergere lo spettatore nei luoghi in cui si svolge la storia.
La regia di Kiko Rosati accompagna tanto la dimensione investigativa quanto quella più intima del racconto, lasciando spazio ai silenzi e alle interpretazioni. È soprattutto nei momenti in cui Teresa si ritrova sola che emerge la sua fragilità, senza bisogno di renderla esplicita attraverso le parole.

Figlia della cenere sembra dunque muoversi su due percorsi paralleli: da una parte un’indagine che cerca di ricostruire la verità, dall’altra una donna che rischia progressivamente di perdere i frammenti della propria memoria. Due percorsi che finiscono per incontrarsi proprio nel bisogno di ricordare, comprendere e dare un significato a ciò che è accaduto. Questo è uno degli aspetti che colpisce della prima serata. Non tanto la curiosità di scoprire come si concluderà l’indagine, quanto il desiderio di conoscere ancora più a fondo Teresa, il suo passato e il modo in cui affronterà ciò che la aspetta.
A volte, non è soltanto dimenticare a farci paura, ma anche ricordare ciò che avremmo voluto lasciarci alle spalle.

