Ritorno a Buenos Aires-La prigione della memoria

Di quali atrocità è capace l’essere umano? È una domanda che continuiamo a porci davanti a certe pagine della storia, ma anche di fronte agli avvenimenti del presente. Eppure, sembra che non riusciamo mai a trovare una risposta. Forse perché quelle atrocità continuano a ripetersi e sembrano non avere mai fine.

Il cinema, tra i suoi tanti compiti, ha anche quello di portare sullo schermo storie che a volte facciamo fatica persino a credere possibili, ricordandoci che sono realmente accadute e che, purtroppo, continuano ad accadere. Ma che cosa rimane di quelle atrocità nelle persone che sono riuscite a sopravvivere? Si può essere liberi e continuare, nonostante tutto, a vivere in una prigione?

Ritorno a Buenos Aires, diretto da Marco Bechis e presentato in concorso all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, affronta queste domande attraverso la storia di Mariano Guerra, interpretato da Adriano Giannini. Dopo trentatré anni trascorsi in Italia, Mariano torna in Argentina per testimoniare contro i militari responsabili della sua prigionia e delle torture subite durante la dittatura. Un ritorno che lo costringe a fare i conti non soltanto con i suoi aguzzini, ma soprattutto con quei fantasmi che, per quanto cerchiamo di lasciarci alle spalle, continuano a far parte di noi.

La scelta di raccontare questa storia attraverso gli occhi di un sopravvissuto che si sente anche colpevole porta lo spettatore a confrontarsi con una delle conseguenze più dolorose della violenza: la difficoltà di liberarsi da qualcosa che, almeno fisicamente, è finito da tempo. Mariano ha ricostruito la propria vita lontano dall’Argentina, ma il suo ritorno dimostra quanto il passato possa riaffiorare attraverso un luogo, una persona o un gesto apparentemente insignificante.

È proprio questa la complessità del personaggio che Adriano Giannini riesce a restituire nella sua interpretazione. La prova dell’attore raggiunge alcuni dei suoi momenti più intensi quando Mariano torna nel luogo in cui è stato imprigionato e, soprattutto, quando incontra nuovamente il dottor K., interpretato da Adrián Fondari. È in quel momento che la paura prende il sopravvento. Mariano sembra paralizzato, come se il suo corpo continuasse a obbedire a un uomo al quale la sua mente vorrebbe opporsi. Sono trascorsi anni, eppure il potere che quell’uomo ha esercitato su di lui sembra non essersi mai esaurito.

Il corpo e la mente non dimenticano. Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più dolorosi del film: vedere un uomo che ha riconquistato la propria libertà ritrovarsi improvvisamente nella stessa condizione di quando gli era stata sottratta.

A rendere ancora più forte questa sensazione contribuiscono le scelte registiche di Marco Bechis, che firma anche la sceneggiatura insieme a Vijaya Bechis Boll. Gli spazi chiusi, i corridoi e le stanze sembrano accompagnare Mariano dentro una condizione di prigionia. La fotografia di Fabrizio La Palombara, attraverso i colori e il rapporto tra luce e ombra, contribuisce a restituire il peso di un passato che continua a farsi sentire.

E poi ci sono le inquadrature dall’alto, che mostrano Buenos Aires nella sua vastità. È proprio nel contrasto tra questi spazi che sembra emergere la condizione del protagonista: da una parte una città aperta, attraversata dalla vita quotidiana, dall’altra un uomo che fatica a ritrovare la propria libertà. Anche quando Mariano si trova all’esterno, lontano dai luoghi della prigionia, quella sensazione di costrizione continua ad accompagnarlo.

Ma Ritorno a Buenos Aires non racconta soltanto il dolore di chi è sopravvissuto. C’è anche quello di chi è cresciuto con un’assenza e cerca, attraverso i racconti degli altri, di ricostruire una storia che gli è stata sottratta. È il caso di Muñeca, la cui storia colpisce soprattutto quando torna nel luogo in cui sua madre era stata imprigionata. Vuole conoscere tutto, anche ciò che inevitabilmente la farà soffrire. Ogni particolare può aiutarla a ricostruire una parte della vita della madre, ma può anche metterla davanti a una verità difficile da accettare.

È proprio nel suo desiderio di sapere che emerge un’altra conseguenza della violenza: il dolore non si esaurisce con chi l’ha subita, ma può attraversare anche le generazioni successive. Mariano torna in un luogo che conosce fin troppo bene, mentre lei cerca di conoscere un luogo che ha segnato la vita di sua madre. Due esperienze differenti, accomunate dalla necessità di confrontarsi con il passato.

Ma il film mostra anche quanto possa essere difficile ottenere giustizia quando persino chi dovrebbe confrontarsi con i fatti finisce per mettere in discussione le vittime. È il caso dell’avvocato della controparte, che arriva a insinuare che alcune donne si siano vendute ai propri aguzzini, ignorando le condizioni in cui si trovavano. Ma si può davvero parlare di consenso quando la propria vita dipende dalla volontà di chi ci tiene prigionieri? Quelle donne non avevano la libertà di scegliere: erano costrette a sottostare a chi esercitava un potere assoluto sui loro corpi. Eppure, anche davanti alla giustizia, rischiano di essere trasformate da vittime in responsabili della violenza subita. È un’ulteriore forma di violenza, che non si esaurisce nella prigionia, ma continua attraverso le parole di chi cerca di attribuire loro una colpa.

Ed è qui che la storia individuale di Mariano incontra quella degli altri. Da una parte c’è chi ha bisogno di sapere, dall’altra chi deve trovare il coraggio di raccontare. Mariano, dopo tanto tempo, decide di fare i nomi, di non tacere più. Non si tratta semplicemente di cercare una liberazione personale, ma di ottenere giustizia. Perché chi ha commesso quelle atrocità, chi ha abusato del proprio potere e dei corpi di uomini e donne, deve rispondere delle proprie azioni.

Testimoniare significa allora dare un nome ai responsabili, restituire voce alle vittime e provare a mettere una parola diversa a una storia che per troppo tempo è stata segnata dalla violenza e dal silenzio. Eppure, trovare il coraggio di parlare non significa necessariamente riuscire a liberarsi dal passato.

È nell’ultima sequenza che Bechis sembra lasciare questa contraddizione allo spettatore. Mariano balla insieme agli altri, si lascia andare alla musica e, per qualche istante, sembra finalmente libero. Eppure, osservando quei corpi che si muovono, è difficile non provare una profonda malinconia. Perché abbiamo visto quanto poco basti per riaccendere il trauma, quanto un ricordo possa riportare improvvisamente quelle persone nei luoghi dai quali sono riuscite a uscire.

Poi Mariano rivede sé stesso da giovane. Lo segue, scende le scale e una porta si chiude, richiamando l’immagine di una prigione.

Mariano ha trovato il coraggio di tornare, di fare i nomi e di chiedere giustizia. Ma il corpo e la mente non dimenticano. E mentre quella porta si chiude, rimane l’immagine di un uomo che, nonostante la libertà riconquistata, continua a portare dentro di sé la propria prigione.

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Antonella Bonni

Mi chiamo Antonella Bonni e sono una sceneggiatrice. La mia passione per le storie nasce da bambina, tra le fiction Rai e i libri, che mi hanno accompagnata fino alla laurea in Lettere Moderne, con una tesi dedicata a Eduardo De Filippo e Luigi Pirandello. L'amore per il cinema mi ha poi condotta a Roma, dove ho conseguito una seconda laurea in Cinema & New Media alla DAM Academy, con una tesi in sceneggiatura dedicata al ruolo del beat e al ritmo della storia. Cinema, televisione, teatro, musical e musica continuano oggi ad alimentare il mio modo di scrivere e di guardare i personaggi: mi interessa capire cosa desiderano, cosa li muove e cosa si nasconde dietro le loro parole e i loro silenzi. Da bambina guardavo quelle storie senza sapere dove mi avrebbero portata. Oggi provo a scriverne di nuove, con la speranza che possano accompagnare qualcun altro proprio come quelle hanno accompagnato me.

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