Peccato – To play or not to play?

Nella quarta puntata di Peccato, Emanuela Fanelli continua a giocare con la propria immagine tra fraintendimenti televisivi, polemiche sull'inclusività e situazioni paradossali. Attraverso il doppio significato di "to play", la serie riflette sul confine tra persona e personaggio, sperimentando con il linguaggio del mockumentary, le scelte registiche e la rottura delle convenzioni narrative. Un episodio che diverte e racconta, con pungente ironia, le contraddizioni del mondo dello spettacolo.

Le pagelle di Granelli | Episodio 4

🎬 Regia 9
📝 Sceneggiatura 9,5
📷 Fotografia 9
🎭 Interpretazioni 9,5
📖 Storia nel complesso 9,5

Quanto può costare una frase che non abbiamo mai pronunciato?

La quarta puntata di Peccato continua a confermare quanto questa serie riesca a divertire attraverso situazioni che, per quanto paradossali, sembrano non essere poi così lontane dalla realtà. Rispetto agli episodi precedenti, iniziamo a entrare sempre di più nei campi minati della carriera di Emanuela Fanelli, scoprendo nuovi tasselli che ci aiutano a comprendere come si sia arrivati a Pasticcio d’amore – La serie.

Quello che continua a sorprendermi è la capacità della serie di costruire un’intera vicenda partendo da qualcosa di apparentemente insignificante. Questa volta è sufficiente un fraintendimento durante il programma di Caterina Balivo, La volta buona, nel primo pomeriggio di Rai 1, per trasformare una dichiarazione sul proprio aspetto fisico in un’accusa ben più grave: quella di andare contro le persone obese.

Da quel momento, ciò che la protagonista ha effettivamente detto sembra perdere qualsiasi importanza. Le sue parole vengono reinterpretate, amplificate e letteralmente trasformate in una verità che finisce per appartenerle, anche se non la riconosce come propria.

È un meccanismo che conosciamo bene. Quante volte abbiamo assistito a dichiarazioni estrapolate dal loro contesto, titoli costruiti per suscitare indignazione e polemiche che finiscono per assumere dimensioni sproporzionate rispetto all’episodio da cui sono nate?

Ma credo che la questione più interessante sia un’altra: quando una persona diventa un personaggio pubblico, quanto può ancora decidere il significato delle proprie parole?

La Fanelli porta questo interrogativo all’estremo, trasformando una dichiarazione in una successione di situazioni sempre più assurde. Qui la sceneggiatura riesce a trovare una delle sue intuizioni più divertenti: nel tentativo di dimostrare di essere inclusiva, la protagonista finisce per esasperare il concetto stesso di inclusività.

Nasce così Pasticcio d’amore – La serie, un progetto che sembra voler contenere qualsiasi forma possibile di rappresentazione, fino a diventare talmente inclusivo da risultare paradossale e arrivare a essere bloccato.

L’ironia, però, non sembra rivolgersi al valore dell’inclusione. Al contrario, ciò che viene messo in discussione è il modo in cui un principio importante possa trasformarsi in una dimostrazione pubblica, quasi in un obbligo da esibire per ottenere l’approvazione degli altri.

Qui ho trovato molto riuscita la scrittura. La protagonista non sembra più agire sulla base di ciò che pensa, ma di ciò che ritiene necessario dimostrare. La sua risposta alla polemica non nasce tanto dal desiderio di raccontare qualcosa, quanto dalla necessità di correggere un’immagine che altri hanno costruito al posto suo.

Più cerca di controllare ciò che gli altri pensano di lei, più sembra perdere il controllo della situazione. Prima di arrivare a questo punto, però, la quarta puntata ci mostra anche un’altra dimensione della Fanelli, quella legata alla sua scuola di recitazione.

È una delle parti che ho apprezzato maggiormente, soprattutto per il continuo richiamo all’espressione inglese to play. Un verbo che può significare giocare, ma anche interpretare un ruolo. Due significati che, in questo caso, sembrano diventare inseparabili.

Recitare significa certamente dare vita a un personaggio, ma significa anche accettare la possibilità di giocare, sperimentare, sbagliare e mettersi in ridicolo. Una libertà che in effetti attraversa l’intera serie. Emanuela Fanelli non si limita a interpretare una versione immaginaria di sé stessa. La mette continuamente in discussione, ne esaspera i difetti, ne amplifica le contraddizioni e accetta di mostrarla anche attraverso atteggiamenti poco lusinghieri.

È un’operazione che trovo particolarmente interessante perché richiede una buona dose di autoironia. Non basta essere disposti a far ridere il pubblico: bisogna anche accettare che il pubblico possa ridere di noi.

Allora quel to play sembra assumere un significato ancora più ampio, in quanto la Fanelli gioca con il proprio mestiere, ma soprattutto con l’immagine che il mondo dello spettacolo costruisce attorno a chi quel mestiere lo esercita.

Un gioco che si sviluppa anche attraverso le scelte registiche e fotografiche, particolarmente evidenti nella componente documentaristica.

La macchina da presa sembra quasi voler annullare la distanza tra lo spettatore e il personaggio. Non ci limitiamo a osservare qualcuno che racconta la propria storia: veniamo portati così vicino al suo volto da coglierne le più piccole espressioni, le esitazioni e persino quei movimenti involontari che normalmente passerebbero inosservati.

E trovo interessante che questo avvenga proprio all’interno di un racconto che si presenta come documentaristico. La scelta delle inquadrature così ravvicinate, infatti, trova una giustificazione nella stessa narrazione: nell’attesa dell’arrivo della produzione, l’unica ottica rimasta a disposizione costringe a realizzare riprese particolarmente strette. Un espediente che ho trovato particolarmente divertente, perché trasforma un’apparente difficoltà tecnica in una possibilità espressiva.

È come se la serie riuscisse a ironizzare non soltanto sui personaggi e sulle loro vicende, ma anche sul processo stesso di realizzazione di un prodotto audiovisivo. Una difficoltà produttiva, per quanto fittizia, diventa così parte integrante del racconto e del suo linguaggio cinematografico.

Siamo abituati ad associare il documentario alla testimonianza, all’osservazione e alla ricerca di autenticità. Peccato, invece, utilizza quel linguaggio per raccontare una realtà costruita, nella quale ogni elemento sembra continuamente oscillare tra spontaneità e rappresentazione.

La forma cerca di convincerci che ciò che vediamo sia autentico, mentre il contenuto continua a ricordarci quanto possa essere artificiale ciò che viene mostrato.

A rendere ancora più divertente questa contraddizione contribuisce il momento in cui la Fanelli, durante la registrazione del documentario, si ritrova a esaltare l’aroma e la bontà di un caffè, quasi fosse diventata improvvisamente la testimonial di uno spot pubblicitario.

È una scena apparentemente semplice, ma che racchiude perfettamente il gioco della serie. Quello che dovrebbe essere un racconto spontaneo della propria vita assume improvvisamente il linguaggio della pubblicità. Qui torna alla mente quel to play ripetuto durante la lezione di recitazione. In fondo, quanto c’è di spontaneo in un racconto di sé quando sappiamo di essere osservati da una macchina da presa?

La domanda non riguarda soltanto la Fanelli, ma il modo in cui siamo abituati a guardare i personaggi pubblici. Ci aspettiamo che siano autentici, spontanei e sinceri, ma allo stesso tempo pretendiamo che sappiano controllare ogni parola, ogni gesto e ogni apparizione. È una contraddizione che la serie sembra conoscere molto bene e che utilizza come terreno fertile per la propria comicità.

Anche questa volta, quindi, il futuro immaginario di Peccato finisce per riportarci al presente. Il fraintendimento televisivo, l’amplificazione delle polemiche, il bisogno di apparire inclusivi e la continua costruzione della propria immagine sono elementi che appartengono già al mondo in cui viviamo.

La sceneggiatura riesce a intrecciarli senza rinunciare alla leggerezza, mentre Emanuela Fanelli continua a dimostrare una notevole capacità di passare da un registro all’altro, rendendo credibili anche le situazioni più improbabili.

Questo rimane uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente della quarta puntata: non soltanto la capacità di farmi ridere, ma quella di farmi riconoscere qualcosa di familiare dentro situazioni portate deliberatamente all’eccesso.

Episodio dopo episodio, continuiamo a scoprire nuovi elementi della carriera della protagonista e a comprendere quanto possa essere complicato distinguere la persona dal personaggio. Ma soprattutto iniziamo a chiederci quanto di quell’immagine pubblica sia stato costruito dalla Fanelli e quanto, invece, le sia stato cucito addosso dagli altri, perché, a volte, basta una parola fraintesa per ritrovarsi a interpretare un ruolo che non abbiamo mai scelto.

E se pensavate che la puntata fosse terminata, vi consiglio di continuare a guardare anche i titoli di coda. Ad aspettarci troviamo Sabrina Ferilli, che continua a reclamare attenzioni, regalando un ultimo momento di comicità.

Una scelta che ho apprezzato particolarmente perché sembra voler giocare anche con le convenzioni del linguaggio narrativo. I titoli di coda, che normalmente segnano la conclusione del racconto, diventano un’ulteriore occasione per prolungarlo, sorprendendo lo spettatore proprio quando crede di aver visto tutto. È come se Peccato si divertisse a rompere continuamente le regole del proprio racconto, ricordandoci che il gioco non finisce necessariamente quando compare la parola «fine».

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Antonella Bonni

Mi chiamo Antonella Bonni e sono una sceneggiatrice. La mia passione per le storie nasce da bambina, tra le fiction Rai e i libri, che mi hanno accompagnata fino alla laurea in Lettere Moderne, con una tesi dedicata a Eduardo De Filippo e Luigi Pirandello. L'amore per il cinema mi ha poi condotta a Roma, dove ho conseguito una seconda laurea in Cinema & New Media alla DAM Academy, con una tesi in sceneggiatura dedicata al ruolo del beat e al ritmo della storia. Cinema, televisione, teatro, musical e musica continuano oggi ad alimentare il mio modo di scrivere e di guardare i personaggi: mi interessa capire cosa desiderano, cosa li muove e cosa si nasconde dietro le loro parole e i loro silenzi. Da bambina guardavo quelle storie senza sapere dove mi avrebbero portata. Oggi provo a scriverne di nuove, con la speranza che possano accompagnare qualcun altro proprio come quelle hanno accompagnato me.

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