Le pagelle di Granelli | Episodio 5
🎬 Regia 9
📝 Sceneggiatura 9,5
📷 Fotografia 9
🎭 Interpretazioni 9,5
📖 Storia nel complesso 9,5
Ci sono storie che ci fanno ridere. E poi, quasi senza accorgercene, ci fanno venire voglia di abbracciare qualcuno.

La quinta puntata di Peccato conferma quanto questa serie sia riuscita a costruire qualcosa di particolare all’interno del panorama audiovisivo italiano. Una serie ben scritta, ben realizzata, capace di prestare attenzione anche a quei piccoli dettagli che, pur sembrando insignificanti, contribuiscono a dare credibilità a ciò che stiamo guardando.
È questa cura a sorprendermi maggiormente. Anche considerando i tempi di realizzazione che, almeno da quanto emerso nelle interviste, sembrerebbero essere stati piuttosto contenuti, il lavoro di scrittura e costruzione delle situazioni appare estremamente accurato. Nulla sembra essere lasciato al caso, nemmeno quando tutto ciò che accade sullo schermo sembra nascere dall’improvvisazione.
È questo uno degli aspetti più riusciti di Peccato: la capacità di farci dimenticare, anche solo per un momento, dove finisca la realtà e dove cominci la finzione.
Episodio dopo episodio, continuiamo a conoscere Emanuela Fanelli. Ma se inizialmente il racconto sembrava concentrarsi soprattutto sulla sua carriera e sull’immagine che gli altri avevano costruito di lei, questa quinta puntata ci permette di avvicinarci maggiormente alla sua dimensione umana.
Scopriamo che ha una figlia, che ha vissuto una grande storia d’amore e che quella relazione sembra essersi interrotta anche a causa di difficoltà economiche, richiamando questioni già emerse negli episodi precedenti.

Sono informazioni che potrebbero apparire secondarie rispetto alle situazioni comiche che caratterizzano la serie, ma che contribuiscono a modificare progressivamente il nostro sguardo sulla protagonista.
Perché fino a questo momento abbiamo conosciuto soprattutto la Fanelli raccontata dagli altri: l’attrice, la regista, la donna al centro di polemiche e situazioni paradossali. Adesso, invece, iniziamo a intravedere anche la persona che si nasconde dietro quell’immagine.
Ed è qui che, almeno per quanto mi riguarda, qualcosa è cambiato.
Per la prima volta ho provato una profonda compassione per Emanuela Fanelli. Non pena, ma compassione. Quella sensazione che nasce quando smettiamo di osservare qualcuno soltanto dall’esterno e iniziamo a riconoscerne le fragilità.
Penso soprattutto al momento in cui la vediamo emozionata, mentre sembra prepararsi mentalmente a ciò che sta per fare. Una situazione che si rivela legata a uno spot pubblicitario, e che proprio per questo riesce a essere contemporaneamente ingegnosa, divertente e profondamente umana.

In quanto, nonostante la trovata comica, quell’emozione arriva comunque allo spettatore e per qualche istante non importa più quanto sia assurdo ciò che stiamo guardando: ciò che rimane è una donna che sembra portare sulle spalle il peso della propria storia.
È stato proprio in quel momento che ho ripensato alla concezione pirandelliana dell’umorismo. Non perché Peccato voglia necessariamente richiamare il suo pensiero, ma perché questa puntata mi ha restituito qualcosa di molto vicino a quel passaggio dal semplice avvertimento del contrario al sentimento del contrario.
Inizialmente ridiamo. Ridiamo delle situazioni improbabili, delle battute, delle reazioni e di tutto ciò che circonda la protagonista. Poi, però, qualcosa cambia. Iniziamo a comprenderne le ragioni, a riconoscere la fragilità che si nasconde dietro il ridicolo e a osservare quella stessa situazione da una prospettiva differente.
E allora viene spontaneo chiedersi: ma io, esattamente, di chi sto ridendo?
È una domanda che considero particolarmente importante, perché non cancella la comicità della serie, ma le conferisce una profondità ulteriore.
Emanuela Fanelli continua a farci ridere, ma allo stesso tempo ci permette di avvicinarci a una donna che, dietro il successo, le polemiche e le contraddizioni, sembra custodire qualcosa di molto più fragile.
La chiusura della puntata, con il suo pianto, rende ancora più evidente questo passaggio. Dopo aver trascorso gran parte dell’episodio a divertirci, ci ritroviamo davanti a un’emozione che sembra chiedere allo spettatore di cambiare improvvisamente atteggiamento.
Non avvertiamo una frattura, anzi la comicità e la malinconia sembrano appartenere allo stesso racconto, come se l’una non potesse esistere completamente senza l’altra.
Accanto a questa dimensione più intima, la quinta puntata continua naturalmente a regalarci momenti di comicità straordinaria.
Tra le interpretazioni, ho apprezzato particolarmente Sabrina Ferilli, che dimostra ancora una volta una naturalezza e una capacità di stare all’interno delle situazioni comiche davvero notevoli.

Il suo rapporto con Emanuela Fanelli è uno degli elementi più divertenti dell’episodio. Non soltanto nelle parti documentaristiche, ma soprattutto nella situazione del reality show ambientato sul Gran Sasso, tra arrosticini, tende e dinamiche volutamente esasperate.
In alcuni momenti mi è sembrato persino di vedere la Fanelli cercare di nascondere una risata, quasi come se l’energia comica della Ferilli riuscisse a sorprendere anche lei.
È una sensazione che rende il loro rapporto ancora più coinvolgente. Le due attrici sembrano trovare un’intesa che va oltre la semplice alternanza delle battute: si ascoltano, si provocano e costruiscono insieme un ritmo comico che appare spontaneo, anche quando è evidentemente sostenuto da un preciso lavoro di scrittura.

Il duo Fanelli-Ferilli, per me, è una delle sorprese più riuscite della serie.
E poi c’è il riferimento a Isabella Rossellini, con la rivelazione che sarebbe proprio lei a staccare la corrente. Un’altra trovata che si inserisce perfettamente in quel continuo gioco tra personaggi reali e situazioni inventate.

Ho apprezzato molto anche il monologo di Paola Cortellesi, che contribuisce a dimostrare quanto Peccato sappia valorizzare le caratteristiche e le qualità dei suoi interpreti.
Pur essendo il risultato di un lavoro di scrittura condiviso, la serie restituisce la sensazione di conoscere profondamente le persone che coinvolge. Non si limita a inserire volti famosi per sorprendere lo spettatore, ma sembra costruire attorno a ciascuno di loro situazioni capaci di valorizzarne i tempi comici, la personalità e le possibilità interpretative.
Lo stesso vale per Ferzan Özpetek, che continuo a trovare straordinariamente autentico. La sua presenza è accompagnata da tempi comici sorprendenti, capaci di trasformare anche una semplice battuta o una reazione in un momento divertente.

E penso anche a Piera Detassis, che siamo abituati a vedere in contesti istituzionali e professionali, spesso caratterizzati da una maggiore formalità.
Un’altra presenza che continuo ad apprezzare sempre di più è quella di Malcolm, che episodio dopo episodio trovo sempre più divertente e coinvolgente. La sua capacità di inserirsi nelle situazioni comiche con naturalezza contribuisce a rendere ancora più riuscito quel gioco tra realtà e finzione sul quale si costruisce l’intera serie.

Ritrovare queste figure all’interno di Peccato significa osservarle sotto una luce differente. Non cambia l’ammirazione per il loro lavoro, ma cambia il rapporto che, come spettatori, possiamo instaurare con loro.
È come se la serie riuscisse ad accorciare la distanza tra il mondo dell’audiovisivo e chi lo osserva dall’esterno, permettendoci di entrare in una dimensione meno convenzionale, più ironica e apparentemente più familiare.
E trovo che questa sia una delle sue qualità maggiori.

Peccato non si limita a raccontare il cinema e la televisione attraverso i loro protagonisti. Li invita a mettersi in gioco, a rinunciare per qualche istante alla propria immagine pubblica e ad accettare di diventare parte di una finzione che continuamente si diverte a confondere le nostre certezze.
È un lavoro che richiede una scrittura attenta, ma anche interpreti capaci di comprendere il tono del racconto e di muoversi con naturalezza tra registri differenti.
Ed è per questo che la serie continua a funzionare così bene. Dietro ogni situazione apparentemente improvvisata sembra esserci una conoscenza precisa dei personaggi, dei loro punti di forza e delle possibilità comiche che possono offrire.
Ma questa quinta puntata, più delle precedenti, mi ha lasciato soprattutto una sensazione.
Abbiamo riso di Emanuela Fanelli, delle sue disavventure, delle sue contraddizioni e delle situazioni assurde nelle quali continua a ritrovarsi. Poi, quasi all’improvviso, abbiamo iniziato a vedere anche ciò che si nasconde dietro tutto questo.
Ed è lì che il racconto ha assunto un significato diverso. Il punto di forza di Peccato non è soltanto riuscire a farci ridere del mondo dello spettacolo, ma ricordarci che dietro ogni personaggio pubblico continua a esistere una persona. Una persona che può sbagliare, contraddirsi, sentirsi sola e commuoversi.

E allora, dopo tante risate, davanti a quella Emanuela che piange, viene spontaneo pensare a una cosa molto semplice. Forse, più che un’altra battuta, questa volta vorremmo soltanto darle un abbraccio.
