Le pagelle di Granelli | Episodio 3 – Le note sono sette
🎬 Regia 8
📝 Sceneggiatura 8,5
📷 Fotografia 8,5
🎭 Interpretazioni 9
📖 Storia nel complesso 9
E se per raccontare il nostro presente bastasse immaginare il futuro?
La terza puntata di Peccato continua a confermare quanto questa serie riesca a intrattenere lo spettatore attraverso episodi di appena trenta minuti, che scorrono velocemente, quasi fossero delle vere e proprie pillole di comicità. Ancora una volta, dietro le risate sembra nascondersi qualcosa su cui vale la pena riflettere.
Questa volta entriamo nel mondo di Pasticciona in amore, il primo film diretto, sceneggiato e interpretato da Emanuela Fanelli nella finzione della serie. Un progetto che segna una nuova fase della sua carriera e che ci permette di ritrovare Alessandro Borghi, già apparso negli episodi precedenti. Tra i due sembra essersi creata una particolare sintonia, che emerge anche dagli stralci delle riprese e dai momenti sul set che ci vengono mostrati.

Quello che ho trovato particolarmente interessante non riguarda soltanto il film, ma anche il coinvolgimento di altri protagonisti del cinema e dello spettacolo italiano. Da Paolo Virzì, che nella finzione arriva a denunciare la Fanelli per aver plagiato una sua idea, a Paolo Genovese, Francesca Archibugi e Riccardo Milani, fino alla partecipazione di Fabio Fazio, la serie continua ad arricchirsi di volti conosciuti che, attraverso il loro lavoro, hanno contribuito a farci ridere, piangere ed emozionare.

Siamo abituati a guardarli con ammirazione, riconoscendo loro un’autorevolezza costruita nel corso degli anni. Vederli partecipare a questa parodia, accettando di ironizzare sulla propria immagine, significa poterli osservare da una prospettiva differente. È come se, per qualche istante, scendessero da quel gradino sul quale noi spettatori siamo abituati a collocarli, mostrandoci un lato che raramente abbiamo occasione di conoscere.
Penso anche a Tullio Solenghi, la cui morte, annunciata nella prima puntata, trova in questo terzo episodio un ulteriore sviluppo attraverso la camera ardente. Una situazione che, per quanto paradossale, diventa parte di quel gioco continuo tra realtà e finzione sul quale Peccato costruisce la propria identità.
È proprio questa capacità di prendersi poco sul serio, anche quando si è figure riconosciute e amate dal pubblico, a rappresentare uno degli aspetti più riusciti della serie. Non parlerei propriamente di teatro dell’assurdo, quanto piuttosto di una realtà portata al paradosso, nella quale situazioni improbabili vengono raccontate con una naturalezza tale da diventare quasi credibili.

Ma c’è un altro elemento che mi ha portata a riflettere: la capacità di utilizzare un futuro immaginario per raccontare, in qualche modo, il nostro presente.
Attraverso la parodia, Peccato sembra sfiorare questioni che riguardano anche il comparto cinematografico italiano. Penso, ad esempio, alla denuncia per plagio rivolta alla protagonista. Una vicenda volutamente esasperata, inserita in un contesto comico, che tuttavia richiama temi come la tutela dei diritti d’autore, il riconoscimento del lavoro creativo e la necessità di proteggere chi contribuisce alla realizzazione di un’opera.

Sono questioni che appartengono anche alla contemporaneità e che coinvolgono autori, sceneggiatori e professionisti del settore. Non significa che la serie voglia affrontarle direttamente o trasformarsi in una denuncia delle difficoltà dell’industria cinematografica. È interessante, però, osservare come una situazione apparentemente assurda possa riportarci a problematiche reali.
È come se la Fanelli ci portasse nel 2049 per farci guardare, da un’altra prospettiva, ciò che stiamo vivendo oggi.
Il racconto, nel frattempo, continua a muoversi tra passato e futuro, ma iniziamo anche a intravedere alcuni lati meno luminosi della protagonista.
Da una parte troviamo la Fanelli del 2027, ancora all’inizio del suo successo, che sembra quasi ridimensionare la gravità della denuncia per plagio. Dall’altra, quella del 2049, che appare ormai convinta della propria autorità, tanto da arrivare a cacciare una collaboratrice. Due momenti differenti che sembrano mostrarci come il successo possa modificare non soltanto la percezione che gli altri hanno di noi, ma anche quella che abbiamo di noi stessi.

E allora viene spontaneo domandarsi: quando il riconoscimento professionale comincia a trasformarsi nella convinzione di poter fare qualsiasi cosa?
Non sappiamo ancora se questi comportamenti siano davvero all’origine dell’allontanamento della protagonista dal mondo dello spettacolo. Ciò nonostante, questa terza puntata sembra iniziare a mostrarci qualche ombra in più, rendendo il personaggio progressivamente più complesso.
Chi era davvero Emanuela Fanelli? L’attrice, la sceneggiatrice, la regista oppure una donna che, nel tentativo di affermarsi in ognuno di questi ruoli, ha finito per perdere qualcosa lungo il percorso?

Anche questa volta, la sceneggiatura riesce a mantenere un buon equilibrio tra comicità e racconto, mentre le interpretazioni e la partecipazione di numerosi protagonisti del cinema italiano contribuiscono a rendere la puntata coinvolgente. Il ritmo narrativo continua a essere uno dei punti di forza della serie, capace di alternare situazioni comiche e nuovi elementi sui quali interrogarsi, senza perdere la leggerezza che la contraddistingue.
Se nella prima puntata ci eravamo chiesti che cosa sarebbe accaduto dopo il successo e nella seconda avevamo osservato la malinconia di un passato ormai lontano, questa volta iniziamo a domandarci che cosa possa essere accaduto durante quel successo.
Forse è ancora troppo presto per trovare una risposta. Ma, episodio dopo episodio, Peccato sembra volerci ricordare che dietro ogni carriera, ogni riconoscimento e ogni immagine pubblica esiste una storia molto più complessa di quella che siamo abituati a vedere.
E, mentre continuiamo a ridere, ci accorgiamo che questo futuro immaginario, in fondo, non è poi così lontano dal nostro presente.


