Le pagelle di Granelli | Seconda stagione sugli 883 – Episodio 5
🎬 Regia — 8,5
📝 Sceneggiatura — 9
📷 Fotografia — 8,5
🎭 Interpretazioni — 8,5
📖 Storia nel complesso — 8,5
Mentre il successo degli 883 continua a crescere, la vita di chi è rimasto a Pavia non si è certo fermata. È da questa prospettiva che prende avvio la quinta puntata di Nord Sud Ovest Est, riportandoci nella quotidianità di Cisco (Davide Calgaro) e nelle difficoltà economiche legate alla sua sala giochi.

Ho apprezzato particolarmente questa scelta narrativa, perché ci permette di osservare qualcosa che, fino a questo momento, era rimasto in secondo piano: non sono soltanto Max e Mauro a crescere. Anche i loro amici stanno diventando adulti, affrontando responsabilità, prendendo decisioni e cercando di trovare il proprio posto nel mondo.
Se da una parte Max Pezzali (Elia Nuzzolo) e Mauro Repetto (Matteo Oscar Giuggioli) si confrontano con una popolarità sempre più travolgente, dall’altra Cisco deve fare i conti con problemi molto più concreti. È un contrasto che trovo interessante, soprattutto perché ci ricorda come la maturità non arrivi per tutti nello stesso momento e, soprattutto, non si manifesti necessariamente attraverso le stesse esperienze.

C’è chi deve imparare a gestire il successo e chi, invece, deve trovare il modo di non perdere ciò che ha costruito. Due situazioni apparentemente lontane, ma accomunate dalla stessa necessità di confrontarsi con una realtà che comincia a chiedere qualcosa in più.
La quinta puntata, diretta da Simone Godano, prosegue così quel percorso sulla maturità che accompagna questa seconda stagione, ma lo fa ampliando lo sguardo. Il successo degli 883 non rappresenta più soltanto il raggiungimento di un sogno: comincia a trasformare concretamente le loro giornate, le loro possibilità e il modo in cui gli altri si rapportano a loro.
Arrivano i videoclip, le apparizioni televisive e le prime esperienze in un ambiente che, fino a poco tempo prima, sembrava irraggiungibile. Tra queste troviamo anche Non è la Rai, con la presenza di Ambra, interpretata da Nicole Bellucci. Ho apprezzato questa parte, non soltanto per la ricostruzione di un programma che ha segnato un’epoca televisiva, ma anche per il modo in cui la serie continua a intrecciare la storia degli 883 con l’immaginario culturale degli anni Novanta.
Questi riferimenti non sembrano mai inseriti soltanto per suscitare nostalgia. Contribuiscono, piuttosto, a restituire il contesto nel quale Max e Mauro stanno imparando a muoversi. Un universo fatto di opportunità, incontri e situazioni che i due ragazzi affrontano conservando quell’ingenuità e quell’ironia che abbiamo imparato a conoscere fin dalla prima stagione.

Un altro aspetto che ho trovato particolarmente interessante riguarda Mauro e il suo coinvolgimento nella realizzazione del videoclip di Nord Sud Ovest Est. Nelle puntate precedenti ci siamo soffermati spesso sulla sua necessità di comprendere quale fosse davvero il proprio ruolo all’interno del gruppo. Adesso, invece, cominciamo a osservare come quella ricerca possa tradursi anche in una partecipazione più concreta alle scelte artistiche.
Mauro non è soltanto la spalla di Max, né semplicemente il ragazzo che lo accompagna sul palco. È una presenza che contribuisce a costruire l’identità degli 883, anche attraverso il modo in cui la loro musica viene raccontata e rappresentata.

Trovo importante che la sceneggiatura continui a valorizzare questa dimensione del personaggio, perché permette di comprenderne meglio le aspirazioni senza ridurre il suo percorso alle tensioni con l’amico.
Eppure, tra le diverse situazioni raccontate, è soprattutto la parte finale dell’episodio ad avermi colpito.
Max ha davanti a sé l’occasione di trascorrere del tempo con tre ragazze, una di quelle situazioni che, fino a qualche tempo prima, avrebbe probabilmente vissuto come qualcosa di straordinario e invece decide di rinunciarvi per tornare dall’amico.
Ciò che rende significativo questo gesto, a mio avviso, è il fatto che Max percepisca il bisogno di esserci, anche senza che gli venga necessariamente chiesto. È una scelta che sembra nascere dalla conoscenza dell’altro, da quel legame che permette di riconoscere quando qualcosa non va, persino a distanza.

Dopo aver assistito alle incomprensioni e alle divergenze delle puntate precedenti, ho trovato particolarmente bello ritrovare questa dimensione della loro amicizia. Max e Mauro stanno cambiando, stanno crescendo e cominciano a desiderare cose che non sempre coincidono. Ma questo non significa che abbiano dimenticato chi, nonostante tutto, continua a farli sentire davvero sé stessi: gli amici.

A volte l’amicizia si manifesta proprio attraverso la capacità di esserci, anche quando tutto il resto sembra spingerci altrove.
È una riflessione che si lega anche alla figura di Cisco. Mentre Max e Mauro vengono travolti dalla popolarità, i loro amici continuano a rappresentare un punto di riferimento, qualcosa che appartiene alla loro vita prima del successo e che, proprio per questo, può aiutarli a riconoscersi.

Mi ha colpito particolarmente l’immagine dei «cowboy del deserto di Pavia». Una definizione che racchiude perfettamente lo spirito della serie, perché riesce a essere ironica e, allo stesso tempo, profondamente affettuosa.
Max e Mauro stanno vivendo esperienze che fino a poco tempo prima avrebbero potuto soltanto immaginare, eppure, dietro le apparizioni televisive, i videoclip e le nuove conoscenze, continuano a essere due ragazzi che vengono da Pavia, con i loro ricordi, le loro amicizie e quel modo tutto personale di affrontare la vita.

In fondo, credo che ci sia qualcosa di rassicurante nel potersi ritrovare attraverso lo sguardo di chi ci conosce da sempre. Quando tutto intorno cambia, quando la popolarità introduce nuovi meccanismi e nuove aspettative, gli amici possono diventare coloro che ci ricordano non soltanto chi eravamo, ma anche ciò che continua ad appartenerci.
È un aspetto che trovo particolarmente riuscito nella narrazione di questa seconda stagione. Il successo non viene raccontato soltanto attraverso ciò che Max e Mauro conquistano, ma anche attraverso ciò che rischiano di lasciare indietro.

Ancora una volta, Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli dimostrano una notevole sintonia, riuscendo a rendere credibile un’amicizia che continua a trasformarsi senza perdere la propria spontaneità. Il loro modo di interagire, tra battute, incomprensioni e gesti di affetto, rappresenta uno degli elementi più coinvolgenti dell’intera serie.
A loro si affianca Davide Calgaro, che nei panni di Cisco contribuisce a restituire una prospettiva diversa sulla crescita. Il suo personaggio non vive la stessa esperienza dei due protagonisti, ma proprio per questo permette di ampliare il racconto, ricordandoci che diventare adulti significa affrontare sfide differenti, spesso lontane da quelle che avevamo immaginato.

La sceneggiatura continua a convincermi per la capacità di alternare momenti di grande leggerezza a situazioni emotivamente più significative. La regia accompagna questa evoluzione senza rinunciare al ritmo e all’ironia che caratterizzano la serie, mentre la ricostruzione visiva degli anni Novanta contribuisce ancora una volta a rendere riconoscibile e coinvolgente l’universo degli 883.
Ma ciò che trovo funzioni maggiormente in Nord Sud Ovest Est è la capacità di raccontare una storia che, pur appartenendo a un periodo preciso, continua a parlare anche a chi quegli anni non li ha vissuti.
Perché tutti, prima o poi, ci troviamo a fare i conti con il cambiamento. Con gli amici che prendono strade diverse, con le responsabilità che aumentano e con quella sensazione di non sapere più esattamente quale sia il nostro posto.
È proprio in quei momenti che comprendiamo quanto sia importante avere qualcuno capace di riconoscerci, anche quando noi stessi facciamo fatica a farlo.
I cowboy del deserto di Pavia, in fondo, sono ancora lì. Stanno crescendo, stanno cambiando e forse non sanno ancora dove li porterà questa avventura. Ma, almeno per adesso, riescono ancora a ritrovarsi.
E a volte, quando tutto intorno sembra diventare più grande di noi, sapere di poter tornare dai propri amici è già una forma di maturità.


