Nord Sud Ovest Est – È il momento dei “no”

La quarta puntata di Nord Sud Ovest Est racconta il momento in cui i sogni di Max Pezzali e Mauro Repetto iniziano a confrontarsi con la realtà dell'industria musicale. Tra la nascita di *Come mai*, nuove collaborazioni e momenti di complicità, gli 883 affrontano le prime grandi decisioni del loro percorso. Un episodio che intreccia ironia, amicizia e maturità, avvicinandoci a un punto di non ritorno.

Le pagelle di Granelli | Seconda stagione sugli 883 – Episodio 4

🎬 Regia 8,5
📝 Sceneggiatura 9
📷 Fotografia 8,5
🎭 Interpretazioni 8,5
📖 Storia nel complesso 8,5

Che cosa succede quando i sogni cominciano a scontrarsi con la realtà? Quando ciò che fino a poco tempo prima sembrava soltanto un’avventura tra amici diventa qualcosa di più grande, capace di cambiare non soltanto il proprio futuro, ma anche il rapporto con le persone con cui abbiamo scelto di condividerlo?

La quarta puntata di Nord Sud Ovest Est continua a raccontare il percorso di Max Pezzali (Elia Nuzzolo) e Mauro Repetto (Matteo Oscar Giuggioli), avvicinandoci sempre di più a quella questione della maturità che sembra accompagnare l’intera seconda stagione. Le canzoni prendono forma, arrivano i primi videoclip e le prime collaborazioni musicali, mentre il successo degli 883 comincia a richiedere qualcosa che forse i due protagonisti non sono ancora del tutto pronti ad affrontare: la consapevolezza di essere entrati in un’industria che ha aspettative, regole e responsabilità.

C’è un aspetto, più di ogni altro, che mi ha colpito particolarmente. A Max e Mauro vengono aperti gli occhi. Il loro atteggiamento, a volte remissivo, sembra essere interpretato come una forma di menefreghismo, quando invece rappresenta qualcosa di molto diverso. Sono due ragazzi che si stanno facendo strada in un universo che conoscono appena, che stanno vivendo esperienze nuove e che, inevitabilmente, non possono avere già tutte le risposte.

È facile chiedere a qualcuno di comportarsi da adulto, di prendere decisioni e dimostrare maturità, ma quanto siamo disposti a riconoscere che anche crescere richiede tempo? Max e Mauro stanno imparando a confrontarsi con un mondo nel quale non basta più avere una buona idea o scrivere una canzone che piace. Adesso bisogna scegliere, esporsi e, qualche volta, accettare che qualcun altro possa vedere più lontano di noi.

In questo quarto episodio, diretto da Simone Godano, ho trovato particolarmente interessante il modo in cui viene sviluppato il rapporto tra i due protagonisti. Se nelle puntate precedenti avevamo cominciato a percepire una distanza crescente, qui ritroviamo anche quella complicità che ci ha fatto affezionare a loro fin dall’inizio. L’ironia continua a essere uno degli elementi più riusciti della serie, ma questa volta sembra convivere con una consapevolezza nuova, quasi malinconica.

Uno dei momenti più significativi riguarda Canzone per Silvia, destinata a diventare la celebre e amatissima Come mai. Quando il brano arriva nelle mani di chi segue il percorso musicale degli 883, qualcosa sembra cambiare definitivamente. Max non vorrebbe consegnarlo. Non vuole una ballad, sembra quasi voler frenare da solo le proprie possibilità, eppure credo che dietro questa resistenza ci sia qualcosa di più profondo. Max sa quanto quella canzone sia importante, forse proprio perché nasce da una dimensione personale che non è ancora pronto a condividere completamente.

Mauro, dall’altra parte, sembra comprenderne il potenziale. Sa cosa significhi consegnare quel brano e, soprattutto, quanto possa pesare il «no» che rivolge all’amico. Ancora una volta è la sua spalla, ma comincia anche a essere colui che riconosce quando è necessario spingersi oltre, persino a costo di contraddire Max. È una dinamica che trovo particolarmente interessante perché ci permette di osservare Mauro da una prospettiva diversa: non soltanto il ragazzo che balla, scherza e accompagna l’amico sul palco, ma qualcuno che contribuisce concretamente a dare una direzione al loro percorso.

Questo è uno degli aspetti più belli della loro amicizia: voler bene a qualcuno non significa necessariamente essere sempre d’accordo con lui. A volte significa anche trovare il coraggio di dirgli di no, soprattutto quando si è convinti che quel rifiuto possa aiutarlo a fare un passo avanti.

Un’altra parte che ho apprezzato particolarmente è quella dedicata a Caterina Rappoccio (Rosa Barbolini) e alla collaborazione per Aeroplano. Il suo ingresso porta una prospettiva diversa nel rapporto tra Max e Mauro. Caterina li sprona, li provoca e arriva persino ad arrabbiarsi, ma proprio attraverso questo confronto prende forma una canzone che finisce per parlare di tutti e tre.

Ho trovato molto tenero, soprattutto, il momento della registrazione. Mauro guarda Max e i due si scambiano un sorriso che, a mio avviso, vale molto più di qualsiasi dialogo. Mi è piaciuto interpretarlo quasi come un silenzioso «Vedi? Avevo ragione». Un sorriso che racchiude la soddisfazione per qualcosa che sta funzionando, ma anche la complicità di due amici che, nonostante tutto, continuano a riconoscersi nella musica che fanno insieme.

La presenza di Caterina contribuisce anche ad alcuni dei momenti più divertenti dell’episodio. Penso alla scena del quaderno preso dallo zaino, alle battute e a quella dinamica che, per certi versi, fa sembrare Max e Mauro quasi due genitori alle prese con qualcuno che riesce a metterli entrambi in difficoltà. Sono situazioni apparentemente semplici, ma che funzionano proprio perché nascono dall’interazione tra i personaggi, senza dare mai l’impressione di voler cercare la risata a tutti i costi.

Anche la dimensione sentimentale continua ad avere un ruolo importante. Max, nonostante abbia iniziato una frequentazione con Michela (Gaia Zampighi), non riesce a farle ascoltare Sei un mito. È lui stesso a spiegarne il motivo attraverso la voce narrante: si vergogna, perché in quella canzone non trova nulla di romantico. Un dettaglio che può sembrare ironico, ma che credo racconti molto del personaggio. Max riesce a trasformare le proprie esperienze in musica, eppure, quando si tratta di condividerle con la persona direttamente coinvolta, sembra perdere quella sicurezza che trova davanti a un microfono.

In questo, Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli continuano a dimostrare una notevole capacità di restituire le sfumature dei rispettivi personaggi. Nuzzolo interpreta un Max che, pur avendo trovato nella musica il proprio linguaggio, fatica ancora a esprimere apertamente alcune emozioni. Giuggioli, invece, conferisce a Mauro una vivacità che non si esaurisce nella dimensione comica, ma lascia emergere una sensibilità sempre più evidente. La loro intesa rende credibili tanto i momenti di leggerezza quanto quelli nei quali iniziamo a intravedere le prime divergenze.

Trovo che la forza delle loro interpretazioni risieda soprattutto nella naturalezza con cui riescono a farci dimenticare, per qualche istante, che stiamo assistendo alla ricostruzione di una storia che conosciamo già. Davanti a noi sembrano esserci semplicemente due amici che stanno vivendo qualcosa di straordinario, senza sapere ancora fino a che punto quell’esperienza finirà per cambiarli.

A rendere ancora più coinvolgente il racconto contribuisce anche la ricostruzione del contesto musicale e televisivo degli anni Novanta. Ho apprezzato particolarmente i riferimenti a Fiorello (Carlo Palmeri) e al mondo del karaoke, che non rappresentano soltanto un richiamo nostalgico, ma aiutano a collocare la vicenda in un periodo preciso, restituendo allo spettatore il clima culturale nel quale gli 883 stavano costruendo il proprio successo.

È proprio qui che, secondo me, la serie dimostra una delle sue qualità più importanti. Pur raccontando una storia ambientata in un’altra epoca, riesce a parlare anche ai ragazzi di oggi. Cambiano gli strumenti, le mode e il modo di ascoltare la musica, ma alcune esperienze rimangono sorprendentemente simili: i primi amori, le paure, l’incertezza davanti al futuro e il desiderio di intraprendere una strada senza sapere dove ci condurrà.

Quando si è giovani, spesso si pensa che tutto sia possibile. Si comincia un’avventura con un amico immaginando che quel legame possa accompagnarci per sempre, senza considerare davvero che crescere significa anche cambiare, fare scelte differenti e, qualche volta, prendere direzioni che non avevamo previsto.

La sceneggiatura continua a funzionare proprio perché riesce a intrecciare questa dimensione universale con una vicenda musicale realmente esistita, alternando battute irresistibili, situazioni paradossali e momenti capaci di lasciare qualcosa anche dopo i titoli di coda. La regia di Godano accompagna il racconto mantenendo viva questa alternanza, mentre la fotografia contribuisce a restituire un universo riconoscibile, nel quale la nostalgia non finisce per prendere il sopravvento sui personaggi.

Questa quarta puntata, forse più delle precedenti, mi ha particolarmente colpito perché sembra avvicinarci a un punto di non ritorno senza rinunciare al sorriso. Sappiamo che qualcosa, prima o poi, cambierà definitivamente, eppure, invece di soffermarsi soltanto sulla malinconia di ciò che potrebbe finire, l’episodio ci permette ancora di assaporare tutto quello che Max e Mauro riescono a costruire insieme.

Credo che sia per questo motivo che, ogni volta che termina una puntata, rimane addosso un’emozione così particolare. Non soltanto perché conosciamo le canzoni degli 883 e sappiamo quanto abbiano significato per intere generazioni, ma perché dietro quelle canzoni continuiamo a vedere due ragazzi che si volevano bene e che, in fondo, desideravano soltanto fare musica.

Forse crescere significa anche questo: scoprire che i sogni possono diventare realtà, ma che la realtà non sempre assomiglia a come li avevamo immaginati.

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Antonella Bonni

Mi chiamo Antonella Bonni e sono una sceneggiatrice. La mia passione per le storie nasce da bambina, tra le fiction Rai e i libri, che mi hanno accompagnata fino alla laurea in Lettere Moderne, con una tesi dedicata a Eduardo De Filippo e Luigi Pirandello. L'amore per il cinema mi ha poi condotta a Roma, dove ho conseguito una seconda laurea in Cinema & New Media alla DAM Academy, con una tesi in sceneggiatura dedicata al ruolo del beat e al ritmo della storia. Cinema, televisione, teatro, musical e musica continuano oggi ad alimentare il mio modo di scrivere e di guardare i personaggi: mi interessa capire cosa desiderano, cosa li muove e cosa si nasconde dietro le loro parole e i loro silenzi. Da bambina guardavo quelle storie senza sapere dove mi avrebbero portata. Oggi provo a scriverne di nuove, con la speranza che possano accompagnare qualcun altro proprio come quelle hanno accompagnato me.

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