Nessun Dolore – Tornare a respirare

«A volte si tocca il punto fermo e impensabile dove nulla da nulla è più diviso, né morte da vita, né innocenza da colpa, e dove anche il dolore è gioia piena».

Con questi versi di Mario Luzi, letti nel corso del film da Elsa (Valeria Golino), sembra possibile avvicinarsi al cuore di Nessun dolore, il nuovo film di Gianni Amelio. La storia si apre su un bambino e suo padre. Il bambino non dice una parola. Guarda. Eppure, quello sguardo basta a scuotere lo spettatore, ancora prima di sapere chi sia, da dove venga e quale sarà il suo destino.

Soltanto dopo entriamo nella vita di Davide (Alessandro Borghi), un uomo che vende libri usati in un chiosco nel centro di Roma. Davide sembra avere tutto e niente, ma a lui va bene così. Non è un personaggio che ha bisogno di attraversare un’intera storia per imparare ad aprirsi agli altri: l’accoglienza appartiene già alla sua natura. Lo comprendiamo dai piccoli gesti, dai silenzi e dal modo in cui permette alle persone di entrare nella sua vita. È proprio questa disposizione verso il prossimo a condurlo all’incontro che farà da motore alla storia.

Il padre visto all’inizio gli affida il proprio bambino. È il gesto disperato di un uomo che cerca di offrire al figlio la possibilità di una vita migliore. Tra lui e Davide, però, esiste un confine apparentemente semplice e al tempo stesso insormontabile: non parlano la stessa lingua. Davide non riesce a comprendere fino in fondo ciò che quell’uomo gli sta chiedendo e il bambino, rimasto con lui, non può spiegarglielo. Esasperato da una situazione che non comprende, Davide finisce per mandarlo via. Poco dopo, il bambino viene investito e da quel momento Davide entra in apnea.

La lingua diventa così il primo dei tanti confini attraversati da Nessun dolore. Un confine invisibile, ma capace di produrre conseguenze irreversibili. È proprio l’impossibilità di comprendersi a generare l’errore che cambierà il corso della storia. Eppure, Amelio sembra chiedersi se sia davvero necessario parlare la stessa lingua per riconoscere il bisogno dell’altro.

Mentre aspetta di conoscere le condizioni del bambino ricoverato in ospedale, Davide incontra Aminah (Beïdja Yahiaoui), una giovane donna incinta, e decide di offrirle un posto dove dormire. Da quel momento la sua casa comincia progressivamente a riempirsi. Arrivano altre persone, altre storie, altre necessità.

Davide accoglie. Accoglie senza domandarsi se sia giusto o sbagliato farlo. Fa spazio e arriva persino a rinunciare al proprio posto pur di permettere a qualcun altro di averne uno. Ed è difficile non pensare a quanto sia significativo che tutto questo accada dopo l’unico momento in cui, davanti a qualcuno che aveva bisogno di lui, quella porta l’aveva chiusa.

L’accoglienza apparteneva già a Davide prima dell’incidente, ma dopo la tragedia sembra assumere una forza differente, quasi esasperata e dirompente. Come se ogni persona accolta potesse diventare, almeno per un momento, un modo per rispondere a ciò che è accaduto. Nessuno, però, può sostituire quel bambino e, soprattutto, nessuna delle persone accolte sembra riuscire ad alleggerire la colpa che Davide sente addosso.

Quando scopre che il bambino non è sopravvissuto, qualcosa continua inevitabilmente a riportarlo verso quella che percepisce come una propria colpa. Anche quando decide di partire, il suo pensiero non sembra essere rivolto alle persone che ormai abitano casa sua. Pensa al bambino. Cerca suo padre. Cerca forse un modo per portare a termine ciò che sente di aver lasciato incompiuto.

Perché Nessun dolore non racconta necessariamente la colpa di un uomo, quanto piuttosto un uomo che si sente colpevole. La differenza è sottile, ma fondamentale. Davide non ha provocato l’incidente, eppure è stato lui a mandare via quel bambino. Da quel momento sembra tentare di espiare ciò che percepisce come il proprio errore.

Intorno alla sua storia, Amelio costruisce un film fatto di confini. C’è quello della lingua, che impedisce a Davide e al padre del bambino di comprendersi. C’è quello fisico del carcere, che separa chi è dentro da chi continua a vivere fuori. E c’è il confine più definitivo di tutti, quello della morte, con il quale entra quotidianamente in contatto Michele (Valerio Mastandrea), chiamato a occuparsi di corpi che attendono ancora di essere riconosciuti.

Poi ci sono i libri. Elsa (Valeria Golino), professoressa e presenza ricorrente nella vita di Davide, lascia periodicamente dei volumi al suo chiosco nella speranza che possano passare da una persona all’altra, fino a “camminare da soli”.

È un’immagine semplice, ma che racchiude qualcosa di più grande. In un tempo in cui sembriamo aver affidato alla tecnologia una parte sempre maggiore delle nostre vite, il libro continua a essere una finestra sul mondo: permette di raggiungere luoghi lontani pur restando fermi, ma soprattutto consente di entrare, anche soltanto per qualche pagina, nell’esperienza di qualcun altro.

Nessun dolore sembra costruire in questo modo differenti possibilità di comunicazione. Da una parte ci sono un padre e un uomo che non riescono a comprendersi attraverso le parole. Dall’altra Elsa, che proprio alle parole affida il compito di viaggiare attraverso i libri. Poi Michele, che si confronta con chi non può più parlare, con corpi ai quali resta da restituire almeno un nome e una dignità. In mezzo c’è Davide, che comunica soprattutto facendo.

Forse è proprio questa la lingua comune che Amelio cerca per tutto il film: quella del gesto. Non sempre possiamo comprendere fino in fondo chi abbiamo davanti, ma possiamo comunque scegliere di riconoscerne l’esistenza e il bisogno. Gianni Amelio porta così sullo schermo un cinema alto, oserei dire filosofico o quantomeno profondamente metaforico. Una storia che colpisce e davanti alla quale è difficile non sperare, per tutto il tempo, che qualcosa finalmente cambi, che accada qualcosa di buono. Ma la vita, si sa, non distribuisce le proprie possibilità allo stesso modo.

Chi possiede una casa, un letto caldo, un luogo nel quale tornare forse non riesce sempre a comprendere chi brama proprio quel letto, chi cerca un posto sicuro o semplicemente qualcuno disposto ad accoglierlo. Davide questo lo fa. Accoglie senza pretendere necessariamente di comprendere.

Anche il lavoro sugli interpreti segue la natura profondamente umana del racconto. Alessandro Borghi costruisce Davide soprattutto attraverso i silenzi, gli sguardi e i piccoli gesti, lasciando che siano le azioni del personaggio a raccontare ciò che difficilmente riesce a esprimere a parole. Valeria Golino, attraverso Elsa, porta invece nel film la dimensione della letteratura e della riflessione, fino a consegnargli, attraverso Mario Luzi, una possibile chiave di lettura. Valerio Mastandrea, nei panni di Michele, si muove sul versante opposto, quello della morte e dell’identità di chi rischia di non avere più nessuno che possa riconoscerlo. Beïdja Yahiaoui, attraverso Aminah, dà invece un volto concreto a quella richiesta di accoglienza sulla quale il film continua a interrogarsi.

La regia di Gianni Amelio è a mio avviso dolce e al tempo stesso filosofica. Non forza continuamente l’emozione, ma permette ai silenzi e ai gesti di occupare lo spazio necessario. La sceneggiatura, firmata dallo stesso Amelio insieme a Davide Serino, con Andrea Quetti, costruisce Davide senza sentire il bisogno di fargli spiegare ciò che prova: sono i suoi gesti a parlare per lui. Anche la fotografia di Luan Amelio Ujkaj accompagna questo movimento: ai toni più freddi si contrappone progressivamente il calore che nasce nell’incontro con gli altri, seguendo visivamente un protagonista che sembra trovare proprio nel contatto umano una risposta al proprio dolore.

E poi si torna al bambino. Davide decide di accompagnarlo fino alla fine. Nella sequenza conclusiva gli domanda «Sei stanco?» e sul suo volto compare finalmente un sorriso. Inizialmente ho percepito quel sorriso come il compimento di quell’espiazione che Davide sembra cercare per tutto il film. Questa volta non manda via il bambino. Non lo lascia solo. Rimane con lui fino alla fine, offrendogli ciò che sente di non essere riuscito a dargli quando era ancora vivo: la propria presenza.

Ma è tornando ai versi di Mario Luzi che quel sorriso sembra assumere un significato ancora più profondo. Davide sembra essere arrivato proprio lì. In quel punto in cui innocenza e colpa non possono più essere separate con facilità. Non può cambiare ciò che è accaduto. Non può restituire la vita al bambino e forse non potrà mai cancellare completamente ciò che sente di aver fatto. Può soltanto attraversare quel dolore.

Ed ecco allora Nessun dolore. Un titolo che inizialmente può sembrare quasi in contrasto con una storia attraversata dalla sofferenza, ma che proprio nel finale sembra trovare il proprio significato. “Nessun dolore” non significa che il dolore non sia mai esistito. Significa averlo attraversato.

Forse non poteva esserci riferimento letterario più adatto dei versi di Mario Luzi.

Dopo aver trascorso il film in apnea, dopo aver cercato di espiare quella che percepisce come una colpa, dopo aver aperto la propria porta agli altri e, infine, essere tornato proprio da quel bambino, Davide sorride. E quella domanda, «Sei stanco?», per un istante sembra poter essere rivolta anche a lui, perché dopo aver attraversato il dolore, Davide può finalmente tornare a respirare.

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Antonella Bonni

Mi chiamo Antonella Bonni e sono una sceneggiatrice. La mia passione per le storie nasce da bambina, tra le fiction Rai e i libri, che mi hanno accompagnata fino alla laurea in Lettere Moderne, con una tesi dedicata a Eduardo De Filippo e Luigi Pirandello. L'amore per il cinema mi ha poi condotta a Roma, dove ho conseguito una seconda laurea in Cinema & New Media alla DAM Academy, con una tesi in sceneggiatura dedicata al ruolo del beat e al ritmo della storia. Cinema, televisione, teatro, musical e musica continuano oggi ad alimentare il mio modo di scrivere e di guardare i personaggi: mi interessa capire cosa desiderano, cosa li muove e cosa si nasconde dietro le loro parole e i loro silenzi. Da bambina guardavo quelle storie senza sapere dove mi avrebbero portata. Oggi provo a scriverne di nuove, con la speranza che possano accompagnare qualcun altro proprio come quelle hanno accompagnato me.

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