In questi giorni stanno circolando diversi video girati al termine delle proiezioni di Naza. Le luci si accendono, i titoli di coda scorrono e nelle sale regna il silenzio. Un silenzio che sembra quasi di poter sentire, ma credo che non sia questo il messaggio che dovrebbe passare. Non perché quel silenzio non abbia un significato, ma perché non possiamo limitarci ad assecondarlo. Dobbiamo parlarne, confrontarci, raccontare ciò che abbiamo visto.
Ieri ho assistito anch’io alla proiezione del documentario. Quando le luci si sono accese, ho visto sguardi bassi, quasi colpevoli e al tempo stesso impotenti. Ne sono uscita sentendomi svuotata, con la consapevolezza di aver assistito a qualcosa che non può esaurirsi nel momento in cui si lascia la sala.

Parto da una considerazione: Naza è una visione coraggiosa, ma necessaria.
Presentato in concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, già tra gli autori di No Other Land, ci mette davanti a una realtà dalla quale è difficile distogliere lo sguardo.
Attraverso le testimonianze di membri dell’esercito e dell’intelligence israeliani, il documentario porta alla luce i meccanismi e le decisioni che si nascondono dietro gli attacchi a Gaza e le morti dei civili palestinesi. Le testimonianze raccontano un sistema nel quale persino la possibile perdita di vite umane viene considerata all’interno di calcoli e procedure militari.

È difficile trovare le parole per raccontare ciò che ho visto, soprattutto quando si ha la consapevolezza che quelle immagini appartengono alla realtà. Una realtà che continua a esistere, mentre troppo poco viene fatto per fermare questo genocidio.
Ancora una volta mi trovo a guardare il presente con una consapevolezza amara: la storia avrebbe dovuto insegnarci qualcosa.
Dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale e della Shoah, il mondo si ritrovò a fare i conti con ciò che l’essere umano era stato capace di compiere. Milioni di persone erano state perseguitate, deportate e uccise. La fine del conflitto non rappresentò soltanto la sconfitta del nazismo, ma anche l’inizio di una riflessione sulla responsabilità di chi aveva partecipato a quelle atrocità e sulla necessità di impedire che potessero ripetersi.
Al Processo di Norimberga, tra il 1945 e il 1946, alcuni dei principali esponenti del regime nazista, tra cui alti comandanti militari, furono chiamati a rispondere delle proprie azioni. Tra le questioni affrontate vi era proprio quella dell’obbedienza agli ordini superiori. Il fatto di aver eseguito un comando non poteva essere considerato, di per sé, una giustificazione sufficiente per sottrarsi alle proprie responsabilità.
È proprio ascoltando le testimonianze dei soldati intervistati in Naza, che raccontano di aver agito eseguendo degli ordini, che il mio pensiero è tornato a quel processo. Non si tratta di equiparare due avvenimenti storici differenti, ma di riconoscere una questione che continua a interrogarci: fino a che punto un ordine può giustificare ciò che si è compiuto? E quando l’obbedienza smette di essere soltanto l’esecuzione di un comando e diventa anche una responsabilità individuale?

La storia, però, non si fermò ai processi. Il 10 dicembre 1948, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò la Dichiarazione universale dei diritti umani, nata anche dalla volontà di affermare principi comuni dopo le atrocità della guerra. Il suo articolo 1 riconosce che tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti, mentre l’articolo 3 afferma: «Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona».
Nello stesso anno venne adottata anche la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio e, nel 1949, furono approvate le nuove Convenzioni di Ginevra, fondamentali per la protezione delle persone coinvolte nei conflitti armati.
Non erano soltanto documenti destinati a rimanere negli archivi. Erano il tentativo di trasformare gli insegnamenti della storia in principi e obblighi capaci di tutelare la dignità e la vita umana.
Eppure, davanti a quelle testimonianze, mi sono chiesta quanto abbiamo realmente imparato dal passato. A cosa servono le commemorazioni, le giornate dedicate alla memoria e i diritti che abbiamo riconosciuto, se poi non siamo capaci di difenderli anche nel presente? Che valore ha ricordare ciò che è accaduto, se non riusciamo a riconoscere ciò che non dovrebbe più accadere?
Gli stessi registi, nella dichiarazione presentata alla Biennale, si interrogano su come sia possibile arrivare alla completa disumanizzazione di un altro popolo. Una domanda che, come spiegano, apparteneva già alla generazione dei loro nonni e che continua a trovare spazio nel presente. Nella loro riflessione emerge anche il valore del silenzio, di ciò che non viene detto e della responsabilità di interromperlo.

Per una volta, credo che le immagini valgano più di qualsiasi parola possa scrivere. Voglio soltanto invitare quante più persone possibile ad andare al cinema a vedere Naza. Vedere diventa un’azione. Significa scegliere di non voltarsi dall’altra parte, parlarne, fare il passaparola e permettere a queste testimonianze di raggiungere altre persone. Non è una visione semplice, ma è una visione necessaria.

