«Respira a fondo, respira piano, se chiudi gli occhi il male è lontano».
Una filastrocca che sembra voler allontanare la paura, quasi che bastasse chiudere gli occhi per impedire al male di raggiungerci. Ma siamo davvero sicuri che sia sufficiente non guardare qualcosa per evitare che accada?

Ancora una volta Paolo Strippoli riesce a incantare con un horror, ma, a differenza di La valle dei sorrisi, L’Estranea sembra rappresentare un passo in avanti molto più netto, quasi uno spartiacque tra ciò che è stato e ciò che verrà. Presentato in concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il film è stato inoltre scelto per rappresentare l’Italia nella corsa agli Oscar 2027, nella categoria Miglior film internazionale.
Il film mantiene alta l’attenzione dello spettatore fino alla fine, catturandolo e trascinandolo in una spirale che inevitabilmente lo conduce verso l’Estranea. Una spirale dalla quale sembra impossibile uscire, perché ogni volta che crediamo di aver compreso ciò che sta accadendo, qualcosa ci costringe a rimettere in discussione le nostre certezze.
Durante la visione, mi sono soffermata più volte sulle interpretazioni di Valeria Bruni Tedeschi e Jasmine Trinca, rispettivamente nei ruoli dell’Estranea e di Anna. Oltre a offrire due prove attoriali formidabili, entrambe mi hanno spinta a cercare, tra il detto e il non detto, quale fosse realmente la loro funzione all’interno della storia. Due donne apparentemente differenti, che sembrano appartenere a mondi opposti, ma il cui rapporto diventa progressivamente sempre più difficile da decifrare.

Una menzione particolare va anche a Romana Maggiora Vergano, che interpreta Alice, la figlia di Anna. L’attrice riesce a trasmettere attraverso il solo sguardo l’angoscia e la paura del proprio personaggio. Sono soprattutto gli occhi a parlare, restituendo allo spettatore non soltanto il terrore di ciò che sta accadendo, ma anche la progressiva consapevolezza del gesto che sua madre sta per compiere. Un’interpretazione che dimostra quanto, a volte, non siano necessarie le parole per raccontare ciò che un personaggio sta vivendo.

Accanto a loro troviamo Adriano Giannini, nel ruolo di Walter, il marito di Anna, e Andrea Genovese, che interpreta Tobia, il figlio. Una menzione va anche ai giovani interpreti Gabriella Telegrafo e Mariandrea Cesari, che prestano il volto ad Alice rispettivamente a sette anni e durante l’adolescenza, e Alessandro Carbonara e Andrea Rossini, che interpretano Tobia a tredici e diciassette anni. Tutti riescono a restituire con naturalezza le emozioni dei loro personaggi, contribuendo a rendere credibile il racconto familiare, soprattutto nei momenti in cui la paura e l’inquietudine prendono il sopravvento.

Ed è proprio da qui che nasce la prima domanda: chi è davvero l’Estranea?
Nella prima parte del film potrebbe apparire come una sorta di angelo della morte, se non addirittura la morte stessa, oppure come una tentazione, richiamando così la figura del diavolo. In realtà, nella mia lettura, l’Estranea rappresenta quella vocina che emerge nel momento in cui ci troviamo davanti a qualcosa che non possiamo controllare, come la vita e la morte. È allora che prende forma una situazione in cui una vita viene messa in cambio di un’altra vita.
Il film, scritto da Paolo Strippoli e Salvatore De Chirico, si divide in capitoli, ciascuno dedicato a un membro della famiglia, fino all’epilogo finale. Una scelta narrativa che permette alla storia di svilupparsi progressivamente, mostrando non soltanto le conseguenze degli eventi, ma anche il modo in cui questi finiscono per modificare i rapporti familiari. La regia e la sceneggiatura riescono a cogliere i momenti giusti per intensificare la componente horror, senza perdere di vista il racconto di una donna che cerca disperatamente di tenere in pugno la propria famiglia.
Anna è una donna che perde il controllo proprio nel tentativo di non perderlo. Immagina un futuro per i propri figli, vorrebbe indirizzarne le scelte e proteggerli da ciò che potrebbe accadere loro. Desidera una carriera attoriale per Alice, ma arriva l’incidente. Allo stesso modo, anche il rapporto con Tobia e con Walter sembra progressivamente sottrarsi al suo controllo. Anna cerca continuamente di rimettere le cose al proprio posto, senza rendersi conto che ogni suo tentativo finisce per trascinarla ancora più in profondità.

Qui ritorna quella spirale nella quale Strippoli ci conduce fin dall’inizio. Una spirale che coinvolge tanto i personaggi quanto lo spettatore. Da una parte, la tensione cresce progressivamente, mantenendo alta l’attenzione fino all’ultima inquadratura. Dall’altra, ogni capitolo sembra riproporre lo stesso meccanismo: Anna cerca di salvare qualcuno, ma ogni sua scelta porta con sé nuove conseguenze, dalle quali diventa sempre più difficile sottrarsi. La spirale non coinvolge solo la parte narrativa, ma anche quella dei pensieri, capace di trascinare ogni personaggio nei meandri della propria mente, mettendolo di fronte alle sue paure più profonde, ai sensi di colpa e a quei desideri che spesso fatica persino a riconoscere. Pensieri che si rincorrono, si sovrappongono e finiscono per imprigionare i personaggi, rendendo sempre più difficile distinguere ciò che desiderano da ciò che temono. Lo spettatore finisce così per essere coinvolto non soltanto negli eventi, ma anche nei conflitti interiori di chi li vive.

Anche la fotografia di Cristiano Di Nicola accompagna questa trasformazione. Si passa dalla Bari luminosa e bucolica della prima parte alla Roma fredda e grigia del presente. Due ambientazioni che sembrano appartenere a mondi differenti, quasi a voler mostrare visivamente la distanza tra ciò che era e ciò che è diventato.
Nella villa barese domina un bianco quasi aulico, che restituisce l’immagine di un Eden ancora incontaminato. La luce, gli spazi e l’atmosfera sembrano custodire un equilibrio familiare che Anna vorrebbe mantenere intatto. Eppure, dietro quell’apparente perfezione, qualcosa comincia a incrinarsi. Il cane che morde la gamba di Alice segna l’inizio di tutto, il primo elemento capace di rompere quell’armonia e di introdurre qualcosa di estraneo in un mondo che appariva protetto. La luminosità del passato lascia così spazio a un presente più freddo, nel quale anche gli ambienti sembrano perdere quel senso di protezione che caratterizzava la villa.
Per quanto il film lasci emergere diversi indizi, Strippoli riesce a conservare fino alla fine la capacità di sorprendere. Durante la visione, avevo intuito che l’Estranea volesse qualcosa da Alice, che dietro quella presenza si nascondesse una richiesta ben precisa. Non avevo però immaginato ciò che sarebbe accaduto con la fotografia finale. È proprio quell’immagine a cambiare tutto.
Per gran parte del film abbiamo osservato Anna e l’Estranea come due donne distinte, interpretate da Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi, eppure, quando quella stessa fotografia del passato non mostra più il volto di Trinca, ma quello di Bruni Tedeschi, ciò che credevamo di aver compreso assume improvvisamente un significato differente.
Non si tratta soltanto di una sostituzione tra due figure, ma della possibilità che quella separazione non sia mai esistita davvero. Che l’Estranea non fosse semplicemente una presenza arrivata dall’esterno, ma qualcosa che apparteneva ad Anna fin dall’inizio.
Il finale lascia addosso una profonda inquietudine. Durante il racconto alla figlia, Anna appare stanca, prosciugata, ma ciò che colpisce maggiormente è la sensazione che continui a invecchiare davanti ai nostri occhi, quasi che il tempo stesse improvvisamente presentando il conto delle sue scelte. Quella donna che ha cercato disperatamente di controllare la vita degli altri sembra aver perso definitivamente il controllo della propria.
E allora ritorna la domanda iniziale: chi è davvero l’Estranea?

Forse è proprio quella parte di noi che emerge quando non riusciamo ad accettare ciò che non possiamo cambiare. Quella voce che ci convince che esista sempre una possibilità per rimediare, anche quando il prezzo da pagare diventa sempre più alto.
Quella filastrocca che inizialmente sembrava una promessa di protezione assume così un significato differente. Chiudere gli occhi non significa allontanare il male, ma forse soltanto illudersi di non vederlo. È proprio questa illusione che accompagna Anna nel tentativo di controllare ciò che, inevitabilmente, continua a sfuggirle.
Strippoli ci conduce così verso un horror che non risiede soltanto nel soprannaturale, ma anche nella natura umana, nel desiderio di trattenere ciò che inevitabilmente può sfuggirci. Alla fine, quella spirale che sembrava condurci verso l’Estranea potrebbe averci portato, semplicemente, davanti a uno specchio.

