L’attualità è un’arma a doppio taglio. Da una parte vogliamo sapere cosa succede nel mondo, dall’altra abbiamo timore di ciò che potremmo sentire. E quel timore, a volte, diventa orrore davanti ad azioni che sembrano non conservare più nemmeno un briciolo di umanità.
Avvicinarsi a La città dei vivi non è semplice. Non nel senso fisico, ma in quello metaforico di chi si accosta a questa storia per la prima volta. Stiamo parlando di Luca Varani, un ragazzo la cui vita è stata interrotta a ventitré anni.

Quando il film è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, ho subito pensato che avrei dovuto recuperare il podcast e il libro di Nicola Lagioia. Eppure, una parte di me ha traballato fino all’ultimo. Poi ho ceduto, perché questa è la storia di Luca, che merita ancora oggi di essere ricordato non soltanto come una vittima, ma come figlio, fidanzato, studente, lavoratore. Come un ragazzo che aveva una vita davanti e voleva viverla.
Luca, quindi, non è quell’appartamento. Luca è altro, come tutti noi in fondo.
La città dei vivi, diretto da Edoardo Gabbriellini, concentra gran parte della propria narrazione proprio sulla possibilità di conoscere Luca prima che la cronaca lo trasformi solo in una vittima.
La prima scena introduce già quello che diventerà uno dei fili rossi del film: la scelta. I suoi genitori, davanti a tre bambini, scelgono proprio quello che rivolge loro un sorriso. Pensandoci, ognuno di noi sceglie continuamente. Scegliamo di compiere un’azione piuttosto che un’altra, di andare in un posto, di incontrare qualcuno, di amare. Anche Luca sceglie. Ma raccontare le sue scelte non significa insinuare che «se la sia cercata», perché nessun uomo e nessuna donna sceglie la violenza che subisce. Quella violenza appartiene alle scelte di chi decide di compierla.

Il film accompagna così lo spettatore dentro una finestra della vita di Luca. Lo conosciamo nella sua dimensione familiare, privata e sentimentale. Lo vediamo muoversi in una Roma varia e periferica, di giorno e di notte, una città nella quale convivono dimensioni differenti e che riprende quell’ambivalenza posta da Nicola Lagioia al centro della sua opera.
Anche gli spazi sembrano partecipare al racconto. Attraversiamo case, stanze e luoghi differenti prima che il film finisca inevitabilmente per chiudersi dentro quell’appartamento. Ma quando ci arriviamo conosciamo ormai Luca abbastanza da sapere che non può e non deve essere quel luogo a definirlo.
Ed è forse qui che la scelta registica di Gabbriellini trova uno dei suoi momenti più efficaci. La cronaca la conosciamo già. Non abbiamo bisogno di partecipare all’orrore di quell’appartamento per comprenderne la brutalità. Il film sceglie infatti di non mostrare esplicitamente la violenza subita da Luca. Bastano il sangue e una mano tesa che non viene stretta.

E ancora una volta, una scelta.
Non mostrare diventa allora coerente con tutto ciò che il film ha costruito fino a quel momento: Luca non è lì dentro. È anche fuori, nelle persone che lo amano, nelle relazioni che ha costruito e nel futuro che immaginava per sé.
Fondamentale, in questo senso, è il rapporto con la fidanzata, interpretata da Gaia Merlonghi. Lei ed Emanuele Maria Di Stefano riescono a restituire l’intimità di due ragazzi che cercano di costruire il proprio futuro, forse più con l’amore che con i soldi. Ed è proprio questo a rendere ancora più doloroso ciò che sappiamo accadrà: non viene interrotta soltanto una vita, ma tutte le possibilità che quella vita conteneva.
Tra le scene che rimangono maggiormente impresse ce ne sono due legate al padre di Luca, interpretato da Valerio Mastandrea. La prima arriva quando i Carabinieri si presentano a casa Varani. Davanti a una visita che sembra già anticipare qualcosa che nessun genitore vorrebbe sentirsi dire, il padre decide di preparare un caffè. Un gesto quotidiano che sembra quasi rimandare di qualche minuto il momento in cui quella notizia diventerà reale. Finché quelle parole non vengono pronunciate, esiste ancora uno spazio, per quanto piccolo, in cui non si conosce la verità.

Poi arriva l’obitorio. Il padre deve riconoscere il corpo del figlio e domanda se sia ancora possibile fare qualcosa. Se prima aveva potuto ritardare per qualche istante la notizia, adesso si trova davanti a qualcosa che non può più rimandare né cambiare. E anche qui non serve che il dolore venga spiegato: Mastandrea lo mostra attraverso il corpo e lo sguardo. Sono due momenti diversi dello stesso padre: prima il tentativo di posticipare una realtà insopportabile, poi l’impossibilità di modificarla.
Nicola Lagioia aveva già raccontato questa vicenda attraverso il libro e il podcast. Il film compie però un movimento differente: sposta lo sguardo dalla morte alla vita. Non ci chiede di conoscere ancora una volta l’orrore di un delitto che la cronaca ci ha già raccontato, ma di conoscere il ragazzo che esisteva prima di diventare un caso di cronaca.
Oggi siamo abituati a guardare prodotti cinematografici che ci mettono continuamente davanti alla violenza e all’orrore. Si dice spesso che, a forza di guardarli, rischiamo quasi di abituarci. Forse, allora, spostare il punto di vista dalla morte alla vita può avere un effetto ancora più forte: farci comprendere davvero che cosa significhi una vita strappata via. Perché quando conosciamo quella vita, quando scopriamo chi c’era prima della vittima, l’orrore non ha bisogno di essere mostrato per essere percepito.

La città dei vivi è un film che merita di essere visto e conosciuto non soltanto per le scelte registiche, per la sceneggiatura o per le interpretazioni, ma soprattutto per Luca. Per ricordare che, prima di diventare un nome legato a un fatto di cronaca, Luca era un ragazzo che aveva una vita davanti e voleva viverla.

