Dov’è la Fiesta?-La leggerezza delle cose senza nome

Quanto tempo trascorriamo cercando di dare un nome a ciò che proviamo? Abbiamo bisogno di definire i nostri sentimenti, di trovare una spiegazione a ogni emozione, quasi che attribuire loro un nome possa renderli più comprensibili. Eppure, certe volte, basterebbe semplicemente viverli, senza preoccuparsi di ciò che potrebbero diventare.

Forse è proprio nell’assenza che riusciamo a comprendere ciò che proviamo. Quando qualcuno non è più fisicamente accanto a noi, quando viene a mancare un gesto quotidiano o quando ci accorgiamo che quella persona, senza che ce ne rendessimo conto, era diventata parte delle nostre giornate. È allora che anche le piccole abitudini acquistano un significato diverso e ciò che prima davamo per scontato comincia a mancarci.

Ma è davvero necessario dare un nome a un sentimento per riconoscerne l’esistenza?

Dov’è la fiesta?, diretto da Niccolò Gentili, affronta questa domanda attraverso una commedia in cui gli imprevisti si susseguono, le situazioni diventano sempre più paradossali e i sentimenti trovano spazio proprio in mezzo al caos. Una narrazione che riesce a coinvolgere lo spettatore dall’inizio alla fine, alternando la risata a momenti di dolcezza, senza perdere quella leggerezza che accompagna l’intero racconto.

La comicità nasce innanzitutto dalle situazioni stesse. Ogni imprevisto sembra generarne un altro, creando un effetto a catena che alimenta il ritmo narrativo. Il traffico romano, la difficoltà di trovare parcheggio e gli ostacoli della burocrazia diventano parte di un racconto in cui è facile riconoscere qualcosa della propria quotidianità. Situazioni che nella vita reale provocano stress e frustrazione si trasformano sullo schermo in occasioni per ridere. Il film riesce così a restituire anche uno spaccato della realtà contemporanea, senza rinunciare al piacere della commedia.

La sceneggiatura, firmata da Lisa Nur Sultan e Niccolò Gentili, è uno degli elementi più riusciti del film. Spigliata, diretta e soprattutto vera, accompagna l’evoluzione dei personaggi affidandosi, in particolare, alla forza dei dialoghi. Le conversazioni restituiscono quella naturalezza che appartiene alla vita quotidiana, fatta di battute, esitazioni, parole pronunciate senza pensarci troppo e altre che, invece, si preferisce trattenere. È una scrittura che non sembra cercare a tutti i costi la battuta comica, ma lascia che l’ironia emerga dalle situazioni e dagli scambi tra i personaggi.

Ed è proprio attraverso i dialoghi che prende forma anche il rapporto tra Leo e Irene, interpretati rispettivamente da Francesco Carril e Linda Caridi. La loro evoluzione non passa soltanto attraverso gli eventi che si trovano ad affrontare, ma anche attraverso ciò che scelgono di comunicare e ciò che, per paura, preferiscono lasciare in sospeso.

Nonostante si tratti di un esordio nel lungometraggio, la regia di Niccolò Gentili riesce a seguire i personaggi con naturalezza, accompagnandoli nel susseguirsi degli eventi e mantenendo vivo il ritmo del racconto. La macchina da presa sembra mettersi al servizio della storia, lasciando spazio alle interpretazioni e ai tempi delle situazioni. A emergere è anche una buona direzione attoriale, soprattutto nella gestione dei tempi comici.

Francesco Carril e Linda Caridi dimostrano una notevole padronanza della comicità, riuscendo a rendere credibili anche le circostanze più assurde. La naturalezza delle loro interpretazioni valorizza i dialoghi, mentre gli sguardi, le esitazioni e le reazioni contribuiscono a raccontare anche ciò che i personaggi non riescono a esprimere attraverso le parole. Ma accanto alla comicità esiste un’altra dimensione, quella dei sentimenti e delle parole che non sempre abbiamo il coraggio di pronunciare.

A volte preferiamo non dare un nome a ciò che proviamo, non perché non sappiamo riconoscerlo, ma perché abbiamo paura che l’altro non desideri la stessa cosa. Chiedere spiegazioni significa esporsi, mettere noi stessi e l’altra persona nella condizione di parlare, accettando la possibilità di ricevere una risposta che non vorremmo ascoltare. E allora scegliamo il silenzio, quasi che non definire un rapporto possa proteggerci dal rischio di perderlo. Perché le parole, certe volte, fanno paura.

È proprio nel rapporto tra il detto e il non detto che Dov’è la fiesta? trova la sua componente più delicata. Leo e Irene vivono l’assenza dell’altro in due modi differenti. Irene continua ad andare avanti, cercando di allontanare il pensiero di Leo, anche spinta dall’amica. Leo, invece, la cerca e proprio nella paura di definire ciò che erano finisce per confrontarsi con una paura ancora più grande: quella di perderla per sempre. Due modi diversi di attraversare un’assenza che sembrano riflettere anche il nostro presente: c’è chi prova ad andare avanti allontanando ciò che sente e chi, invece, decide di attraversarlo.

Perché forse non dobbiamo necessariamente fuggire dalle emozioni che ci fanno stare male. In base alle circostanze che generano un’assenza, a volte è giusto lasciare che questa ci attraversi. Non possiamo costringerci a stare sempre bene. Anche le emozioni più difficili da vivere fanno parte di noi e, proprio come quelle che ci rendono felici, hanno bisogno di essere vissute.

Nella storia di Leo e Irene, poi, sembra esserci da sempre un altro motore: il destino. Non inteso come un espediente narrativo capace di mettere i personaggi nel posto giusto al momento giusto, ma come una di quelle circostanze che potrebbero capitare a chiunque di noi. Possiamo chiamarlo destino, fato o semplicemente caso. In fondo, quante relazioni iniziano da qualcosa che non avevamo programmato? Una persona incontrata per caso, uno sguardo incrociato o, come accade a Leo e Irene, un tratto di strada bloccato dal traffico.

Forse è proprio questa imprevedibilità a rendere alcuni incontri così speciali. Non sappiamo quando arriveranno, quanto dureranno e neppure dove riusciranno a portarci. Possiamo soltanto scegliere se viverli.

È proprio questa la sensazione più bella che Dov’è la fiesta? riesce a lasciare. Ci sono film che, per la durata della loro proiezione, permettono allo spettatore di dimenticare per un momento il mondo fuori dalla sala. Questo è uno di quelli. Ci si lascia trasportare dagli eventi, si ride delle situazioni paradossali e, senza neppure accorgersene, ci si affeziona ai personaggi, alle loro paure e alle loro incertezze. Il finale lascia addosso una sensazione di dolcezza e speranza. Non è soltanto il divertimento a rimanere, ma una leggerezza difficile da spiegare, quasi la sensazione di poter volare.

E allora forse la riflessione che rimane è molto più semplice di quanto pensiamo: bisogna vivere. Vivere senza aspettare sempre il momento giusto per fare quella domanda. Vivere un sentimento senza la costante paura di sapere dove ci porterà. Vivere anche le assenze, il dolore e quelle emozioni che preferiremmo allontanare.

Vivere perché, in fondo, è anche questo a rendere speciale la vita: poter aprire gli occhi, guardare fuori e riconoscere la bellezza di ciò che abbiamo, mentre lo abbiamo.

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Antonella Bonni

Mi chiamo Antonella Bonni e sono una sceneggiatrice. La mia passione per le storie nasce da bambina, tra le fiction Rai e i libri, che mi hanno accompagnata fino alla laurea in Lettere Moderne, con una tesi dedicata a Eduardo De Filippo e Luigi Pirandello. L'amore per il cinema mi ha poi condotta a Roma, dove ho conseguito una seconda laurea in Cinema & New Media alla DAM Academy, con una tesi in sceneggiatura dedicata al ruolo del beat e al ritmo della storia. Cinema, televisione, teatro, musical e musica continuano oggi ad alimentare il mio modo di scrivere e di guardare i personaggi: mi interessa capire cosa desiderano, cosa li muove e cosa si nasconde dietro le loro parole e i loro silenzi. Da bambina guardavo quelle storie senza sapere dove mi avrebbero portata. Oggi provo a scriverne di nuove, con la speranza che possano accompagnare qualcun altro proprio come quelle hanno accompagnato me.

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