DOC – Nelle tue mani 4 – Guardare oltre

La quinta serata di DOC – Nelle tue mani 4 torna a emozionare attraverso casi clinici coinvolgenti e nuove sfide personali. Tra la commovente vicenda di una giovane paziente, l’evoluzione di Andrea Fanti, le incertezze sentimentali di Giulia Giordano e il mistero della morfina, il nono e il decimo episodio confermano la capacità della serie di raccontare il valore dell’ascolto, della fiducia e della speranza.

Le pagelle di Granelli | Quinta serata – Episodi 9 e 10

🎬 Regia 8,5
📝 Sceneggiatura 8,5
📷 Fotografia 8
🎭 Interpretazioni 9
📖 Storia nel complesso 8,5

Ci sono momenti in cui sembra che non ci sia più nulla da fare. Abbiamo tentato ogni strada, valutato tutte le possibilità e siamo arrivati alla conclusione che forse l’unica soluzione sia arrendersi. Eppure, a volte, basta qualcosa di apparentemente insignificante per cambiare completamente la nostra prospettiva.

È proprio questa una delle riflessioni che mi ha accompagnata durante la quinta serata di DOC – Nelle tue mani 4, tornato su Rai 1 con due episodi, Paura di volare e Ciglia, che riportano al centro della narrazione uno degli elementi che hanno sempre contraddistinto la serie: la capacità di guardare il paziente prima ancora della sua malattia.

Dopo una quarta serata che avevo trovato narrativamente più lenta, questi due episodi riescono a recuperare parte del coinvolgimento, soprattutto attraverso i casi clinici proposti.

Tra questi, quello che mi ha maggiormente emozionata è sicuramente la vicenda della giovane paziente del decimo episodio, affetta dalla sindrome dello scafandro. Una ragazza cosciente, ma impossibilitata a muoversi e a comunicare normalmente con il mondo esterno.

È una storia che mette davanti a una domanda difficile: quando possiamo davvero dire di aver tentato tutto?

Di fronte a una situazione apparentemente senza soluzione, viene quasi naturale pensare che continuare a insistere significhi soltanto prolungare una sofferenza. Ma cosa succede quando qualcosa ci dimostra che forse non abbiamo ancora considerato tutte le possibilità?

Ho trovato particolarmente commovente il modo in cui questa vicenda riesce a ribaltare la prospettiva dei medici coinvolti. Non si tratta semplicemente di trovare una soluzione clinica, ma di comprendere quanto sia importante continuare a interrogarsi, ascoltare e soprattutto non dare per scontato ciò che una persona può ancora comunicarci.

Ed è proprio attraverso questo caso che ritroviamo Andrea Fanti (Luca Argentero).

Nel corso delle stagioni abbiamo assistito a una continua trasformazione del suo personaggio. La perdita della memoria lo ha costretto a ricostruire la propria identità, a confrontarsi con un passato che non ricordava e a imparare nuovamente a conoscere le persone che lo circondavano.

Andrea è stato un primario, ha perso quel ruolo e ha dovuto trovare un nuovo modo di vivere la medicina. Ora, attraverso le responsabilità che gli vengono affidate, sembra riscoprire qualcosa di sé, ma senza tornare necessariamente a essere l’uomo che era prima.

Ed è questo l’aspetto che trovo particolarmente interessante del suo arco narrativo: Andrea non sta semplicemente recuperando il proprio passato, ma sta imparando a riconoscersi nel presente.

Il caso della giovane paziente diventa così una lezione non soltanto per lui, ma anche per Giulia Giordano (Matilde Gioli), che sembra ritrovare, almeno per un momento, quell’Andrea Fanti capace di mettere in discussione ogni certezza pur di comprendere chi ha davanti.

Un altro momento che ho apprezzato particolarmente riguarda Riccardo Bonvegna (Pierpaolo Spollon). La fiducia che Andrea ripone in lui, affidandogli il compito di ricordare agli altri medici quanto sia importante ascoltare i pazienti, rappresenta un passaggio significativo nella crescita del personaggio.

Nelle precedenti puntate mi ero soffermata sulla sofferenza di Riccardo, sul suo bisogno di essere visto e ascoltato, non soltanto di essere considerato un punto di riferimento per gli altri. Ora sembra arrivare un riconoscimento diverso, legato non tanto a ciò che ha affrontato, quanto alla persona e al medico che è diventato.

È un’evoluzione che trovo convincente, perché permette al personaggio di assumere una responsabilità che va oltre le competenze professionali: trasmettere agli altri un modo di intendere la medicina.

Parallelamente, continua a complicarsi la situazione di Giulia.

Se all’inizio della stagione il suo percorso sembrava orientato verso una maggiore consapevolezza professionale, adesso la primaria si trova ad affrontare difficoltà sempre più numerose, tanto sul lavoro quanto nella vita privata.

Il rapporto con Damiano Cesconi (Marco Rossetti) sembra essere arrivato a un punto particolarmente critico, mentre l’avvicinamento a Stefano Campigli (Gabriele Falsetta) contribuisce ad alimentare una confusione sentimentale che Giulia sembra non riuscire a gestire.

Eppure, continuo a chiedermi se questo disordine emotivo non sia legato anche alla presenza sempre più significativa di Andrea.

La sceneggiatura sembra volerci mostrare un rapporto ormai fondato sull’amicizia e sulla fiducia reciproca, ma possiamo davvero pensare che Giulia abbia dimenticato completamente ciò che ha provato per lui?

Nel corso delle stagioni abbiamo conosciuto la profondità del suo sentimento per Andrea, un legame che ha influenzato molte delle sue decisioni. Per questo mi domando se il ritorno di Fanti a una posizione sempre più autorevole non stia contribuendo, anche inconsapevolmente, a mettere in discussione gli equilibri che Giulia aveva cercato di costruire.

Naturalmente si tratta di una mia interpretazione, ma trovo interessante osservare come il suo personaggio sembri attraversare una fase di crescente instabilità, nella quale ogni decisione finisce per avere conseguenze anche sugli altri.

Nel frattempo, continua a svilupparsi il mistero legato alla scomparsa delle fiale di morfina.

I sospetti che sembravano indirizzarsi verso Lidia Morganti (Cristina Marino) assumono una prospettiva differente. La sua vicenda personale, soprattutto per quanto riguarda la malattia del marito, potrebbe infatti avere un ruolo importante nella spiegazione di quanto sta accadendo.

È un elemento sul quale preferisco ancora non sbilanciarmi. Le informazioni emerse, anche attraverso Enrico Sandri (Giovanni Scifoni), sembrano suggerire nuove possibilità, ma DOC ci ha già dimostrato quanto sia facile costruire una pista apparentemente convincente per poi condurre lo spettatore altrove.

La presenza delle fiale sottratte dall’ospedale potrebbe nascondere motivazioni differenti da quelle che abbiamo inizialmente immaginato. Per il momento, quindi, preferisco continuare a osservare gli sviluppi senza formulare conclusioni definitive.

Anche gli specializzandi continuano a ritagliarsi uno spazio importante nella narrazione.

Martina Carelli (Laura Cravedi) sta affrontando un percorso di crescita che trovo particolarmente interessante. Nonostante cerchi di convincere se stessa e gli altri di aver superato il trauma vissuto, alcuni comportamenti sembrano dimostrare il contrario.

Riccardo, in particolare, sembra accorgersi di ciò che Martina continua a nascondere. Ed è proprio questo uno degli aspetti che apprezzo della sua evoluzione: la difficoltà di riconoscere una fragilità che non può essere superata semplicemente fingendo che non esista.

Anche Lin Wang (Elisa Wong) potrebbe trovarsi davanti a nuovi sviluppi sentimentali. La sua volontà di sposarsi, espressa al compagno, sembra apparentemente chiara, ma siamo davvero sicuri che corrisponda a ciò che desidera?

Il rapporto con il nuovo specializzando potrebbe aprire ulteriori interrogativi, soprattutto se consideriamo quanto spesso i personaggi di DOC si ritrovino a dover distinguere ciò che pensano di volere da ciò di cui hanno realmente bisogno.

Sul piano delle interpretazioni, il cast continua a dimostrarsi uno dei punti di forza della serie. Luca Argentero e Matilde Gioli riescono a restituire le contraddizioni dei rispettivi personaggi, mentre Pierpaolo Spollon continua a dare profondità a Riccardo attraverso una recitazione che valorizza anche i momenti meno espliciti.

La sceneggiatura, rispetto alla serata precedente, torna a coinvolgere maggiormente, soprattutto grazie alla costruzione dei casi clinici e al modo in cui questi si intrecciano con gli archi narrativi dei protagonisti. La regia accompagna efficacemente i momenti più emotivi, mentre la fotografia mantiene quella continuità visiva che apprezzo soprattutto per le tonalità scelte.

Nel complesso, la quinta serata di DOC – Nelle tue mani 4 conferma la capacità della fiction di raccontare vicende nelle quali la dimensione medica diventa il punto di partenza per riflessioni che riguardano tutti noi.

Rimangono numerose questioni aperte, dai rapporti sentimentali alle responsabilità professionali, fino al mistero della morfina. E proprio per questo cresce la curiosità di scoprire quale direzione prenderanno le storie dei protagonisti nel prossimo appuntamento.

Ma ciò che porto con me da queste due puntate è soprattutto il messaggio della giovane paziente: a volte, quando pensiamo di non avere più nulla da fare, ciò di cui abbiamo davvero bisogno è trovare un modo diverso di guardare ciò che abbiamo davanti.

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Antonella Bonni

Mi chiamo Antonella Bonni e sono una sceneggiatrice. La mia passione per le storie nasce da bambina, tra le fiction Rai e i libri, che mi hanno accompagnata fino alla laurea in Lettere Moderne, con una tesi dedicata a Eduardo De Filippo e Luigi Pirandello. L'amore per il cinema mi ha poi condotta a Roma, dove ho conseguito una seconda laurea in Cinema & New Media alla DAM Academy, con una tesi in sceneggiatura dedicata al ruolo del beat e al ritmo della storia. Cinema, televisione, teatro, musical e musica continuano oggi ad alimentare il mio modo di scrivere e di guardare i personaggi: mi interessa capire cosa desiderano, cosa li muove e cosa si nasconde dietro le loro parole e i loro silenzi. Da bambina guardavo quelle storie senza sapere dove mi avrebbero portata. Oggi provo a scriverne di nuove, con la speranza che possano accompagnare qualcun altro proprio come quelle hanno accompagnato me.

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