Le pagelle di Granelli | Seconda serata – Episodi 3 e 4

🎬 Regia — 8,5
📝 Sceneggiatura — 8+
📷 Fotografia — 7,5
🎭 Interpretazioni — 8,5
📖 Storia nel complesso — 8
DOC – Nelle tue mani ci riporta, anche per questo giovedì, tra le corsie del Policlinico Ambrosiano. La serata è trascorsa velocemente e, come accade spesso guardando questa fiction, si vivono delle vere e proprie montagne russe di emozioni. In questa stagione i casi clinici sembrano trovare uno spazio maggiore all’interno della narrazione, alternandosi alle vicende principali e permettendo allo spettatore di conoscere non soltanto le storie dei medici, ma anche quelle dei pazienti, ai quali si finisce inevitabilmente per affezionarsi e con cui si entra in empatia.
Tra queste storie, mi ha colpito particolarmente quella della madre che, dopo aver trovato la giusta cura, viene abbracciata dai suoi quattro figli. È una scena che racchiude uno degli aspetti più delicati della malattia: la sua capacità di entrare nella quotidianità di una famiglia e di modificarne gli equilibri. Quando una persona si ammala, infatti, non cambia soltanto la sua vita, ma anche quella di chi le sta accanto. Le abitudini, gli affetti e persino quei piccoli gesti che prima sembravano scontati assumono improvvisamente un significato diverso. Da questo punto di vista, la malattia non coinvolge mai soltanto la persona, ma anche le relazioni con gli altri. Questo rimane uno degli aspetti che la fiction riesce a raccontare meglio: dietro ogni caso clinico c’è una persona, con una storia che non si esaurisce nella sua malattia.

La regia di Nicola Abbatangelo sembra compiere un passo avanti, insieme alla fotografia di Mirco Sgarzi. A colpire sono soprattutto alcune inquadrature inclinate, che restituiscono visivamente il malessere di Andrea Fanti (Luca Argentero). Mi riferisco, in particolare, alla sequenza finale e ad altre presenti nel corso delle puntate, nelle quali l’inclinazione dell’inquadratura trasmette allo spettatore una sensazione di capogiro e disorientamento. Una scelta registica che contribuisce a rendere ancora più coinvolgente il racconto, perché il malessere di Andrea non viene soltanto mostrato, ma diventa qualcosa che, attraverso le immagini, anche lo spettatore può avvertire. Per qualche istante, quella sensazione di perdita dell’equilibrio sembra arrivare anche a chi guarda.

Dal punto di vista della sceneggiatura, le vicende sembrano cominciare a muoversi verso una direzione comune. Si apre una nuova pista legata a Federico Lentini (Giacomo Giorgio), che potrebbe avere o meno un collegamento con il cosiddetto «Angelo della morte». È ancora presto per formulare ipotesi, anche perché gli sceneggiatori, come è giusto che sia, stanno conservando una serie di informazioni sui personaggi e sulle loro vicende, lasciando aperta la possibilità di nuovi sviluppi e scoperte. Il mistero legato alla morfina continua così a intrecciarsi con le storie personali dei protagonisti, alimentando la curiosità dello spettatore senza offrire ancora risposte definitive.

Uno degli aspetti più apprezzabili di DOC rimane però la capacità di affrontare tematiche che appartengono alla realtà quotidiana. La carenza di personale, la mancanza di posti letto, le difficoltà di medici e infermieri costretti a lavorare in condizioni sempre più complesse. Problemi che non sempre dipendono da chi lavora nei reparti, ma che spesso finiscono per riversarsi proprio su queste persone, trasformandole nel bersaglio della frustrazione di pazienti e accompagnatori. È un aspetto che apprezzo molto in questa fiction, perché diventa un racconto universale, che non rimane racchiuso soltanto tra le mura dell’Ambrosiano.
Inoltre, è una rappresentazione che invita a riflettere anche su chi abbiamo davanti: sono medici, ma sono soprattutto persone. Quando siamo pazienti, è naturale concentrarci sulla nostra malattia, sulle nostre paure e sulla necessità di ricevere delle risposte. In quei momenti, però, rischiamo di dimenticare che anche chi indossa un camice ha una vita, delle difficoltà e delle paure. Questo non significa mettere in secondo piano la sofferenza di chi è malato, ma provare a osservare la situazione anche dall’altra parte. La fiction sembra volerci ricordare proprio questo, mostrando non soltanto l’aspetto sanitario della professione, ma soprattutto quello umano. Da una parte ci sono persone che hanno bisogno di essere curate, dall’altra persone che cercano di prendersene cura, portando con sé le proprie fragilità. È uno dei punti di forza di DOC: riuscire a costruire un racconto nel quale lo spettatore possa riconoscere qualcosa della realtà che vive, senza percepirla come distante o artificiosa.

Sul piano delle interpretazioni, in queste puntate si sono distinti soprattutto Elisa Di Eusanio, nei panni della caposala Teresa Maraldi, e Giovanni Scifoni, che interpreta Enrico Sandri. Teresa ed Enrico rimangono una delle coppie più belle da seguire all’interno della fiction, non soltanto per la loro intesa, ma anche per la simpatia e la dolcezza che riescono a trasmettere. Sono personaggi ai quali è facile affezionarsi e che continuano a rappresentare un punto di riferimento nel racconto. Attraverso il loro rapporto emerge anche un altro aspetto della vita di chi lavora in ospedale: la necessità di trovare uno spazio per i propri affetti, anche quando il lavoro sembra occupare ogni momento della giornata.

Anche il resto del cast mantiene alta la tensione emotiva, restituendo le difficoltà e i cambiamenti che i personaggi stanno attraversando. Le interpretazioni contribuiscono così a rendere le loro vicende ancora più coinvolgenti, senza perdere quella familiarità che negli anni ha legato il pubblico alla serie.
Tra i rapporti che continuano a suscitare interesse c’è anche quello tra Andrea e Giulia Giordano (Matilde Gioli). La loro intesa rimane una delle più forti, anche se in queste due puntate viene attraversata da momenti di rabbia e incomprensione. Sono proprio queste difficoltà a rendere interessante osservare come evolverà il loro legame, soprattutto alla luce dei cambiamenti che entrambi stanno vivendo. Perché, quando si conosce una persona da tanto tempo, si rischia anche di dimenticare che quella persona può cambiare, così come può cambiare il modo di stare insieme.
Nel corso di queste puntate si è parlato spesso della figura del medico-eroe. Penso, in particolare, a Riccardo Bonvegna (Pierpaolo Spollon), che sembra risentire del peso di essere considerato un eroe, anche attraverso quel manifesto esposto all’ingresso dell’ospedale. Riccardo cerca di dimostrare di essere un medico senza dover necessariamente essere visto come qualcosa di più. Salva vite, arriva a portare il camice persino fuori dall’ospedale, ma continua a confrontarsi con l’immagine che gli altri hanno costruito di lui. Essere un bravo medico significa necessariamente essere un eroe? È una domanda che nasce osservando il suo percorso. Dalla prima stagione, Riccardo rimane uno dei personaggi che hanno attraversato un arco di crescita interessante e che continua a evolversi.
Un altro medico che sembra quasi distinguersi dagli altri è Damiano Cesconi (Marco Rossetti), che continua a svolgere il proprio lavoro mettendoci il cuore, pur cercando spesso di nascondere le proprie emozioni. Anche in lui emerge quella distanza tra ciò che un medico mostra agli altri e ciò che vive personalmente.

Come per gli altri personaggi, anche per loro rimangono aperte le vicende sentimentali. Riccardo sembra avere ancora un debole per Martina Carelli (Laura Cravedi), la specializzanda aggredita dall’accompagnatore di un paziente. Martina rappresenta una presenza costante nella sua vita, una spalla sulla quale poter piangere. Questa volta, però, è lei ad avere bisogno di qualcuno che la sostenga e sembra trovare un punto di riferimento in Matteo Pellegrini (Alessandro Piavani), con il quale decide di condividere un appartamento per contenere le spese. Anche attraverso questi rapporti, DOC continua a raccontare le difficoltà dei personaggi nel trovare un equilibrio tra lavoro, sentimenti e vita privata.
Rimane poi centrale la questione della memoria di Andrea, uno degli elementi che accompagnano DOC fin dalla sua nascita. Sarà interessante scoprire che cosa accadrà se alcuni ricordi dovessero riaffiorare o se Andrea rischiasse di perdere ulteriormente la memoria, e quali conseguenze tutto questo potrebbe avere sui rapporti che ha costruito nel presente.
La storia nel complesso sembra quindi acquistare maggiore forza rispetto alla prima serata. Le vicende personali, i casi clinici e il mistero della morfina cominciano a intrecciarsi, lasciando ancora aperte diverse domande. È presto per capire quale direzione prenderà la stagione, ma anche questi due episodi riescono a mantenere viva la curiosità e, soprattutto, il coinvolgimento emotivo.

Non resta che attendere giovedì prossimo per scoprire come si evolveranno le vicende dell’Ambrosiano. Nel frattempo, questa seconda serata ci ricorda qualcosa che, nella frenesia della quotidianità, rischiamo spesso di dimenticare: dietro ogni camice c’è una persona e dietro ogni paziente c’è una vita che continua anche oltre le mura di un ospedale.

