Le pagelle di Granelli | Episodio 2
🎬 Regia 8,5
📝 Sceneggiatura 9−
📷 Fotografia 8,5
🎭 Interpretazioni 9
📖 Storia nel complesso 8,5
«Pensavate di aver visto tutto? Pensavate di aver sentito tutto?» A quanto pare, no.
Il secondo episodio di Peccato supera nettamente il primo in fatto di allegria e ironia, regalando allo spettatore una puntata ricca di momenti esilaranti. Il duo Emanuela Fanelli e Paola Cortellesi colpisce ancora, dimostrando quanto bastino una battuta, uno sguardo o una semplice espressione per scatenare una risata.
Il titolo dell’episodio, Pensavate di aver visto tutto?, è già un piccolo spoiler di quel tormentone che, arrivati alla fine, non può che rimanere impresso nella mente dello spettatore.

La puntata, ben scritta e ben diretta, ci porta finalmente nella parte documentaristica dedicata alle interviste di Emanuela Fanelli. È proprio qui che emerge un aspetto interessante: fino a questo momento abbiamo riso, abbiamo assistito alla ricostruzione ironica di una carriera e immaginato un futuro nel quale il successo sembra essere ormai soltanto un ricordo. Adesso, questa seconda puntata ci mostra anche un’altra faccia della stessa medaglia, quella della malinconia verso un mondo che appare sempre più lontano.
Nonostante il registro rimanga profondamente ironico, non si può fare a meno di notare gli occhi della Fanelli del 2049, quasi colmi di gratitudine e di amore verso quei ricordi passati. È come se, per qualche istante, dietro la comicità emergesse qualcosa di più intimo: il sentimento di chi ripensa a un periodo della propria vita che non potrà più tornare.
Se nella prima puntata ci eravamo interrogati sulla possibilità che il successo potesse finire, questa volta sembra quasi naturale domandarsi: che cosa rimane di quel successo quando diventa parte del passato?
Anche in questo caso, Peccato non ci lascia troppo tempo per riflettere. La sceneggiatura continua a essere diretta, spigliata e soprattutto ironica, alternando momenti di malinconia a situazioni che riportano immediatamente lo spettatore alla risata. È proprio questa maggiore profondità emotiva a rendere la scrittura ancora più convincente rispetto alla prima puntata: l’ironia non cancella la malinconia, ma riesce a convivere con essa, dando al racconto una sfumatura in più.
È soprattutto il rapporto tra Fanelli e Cortellesi a conquistare buona parte dell’episodio. Tra i momenti più divertenti troviamo un backstage e una scena sul set di C’è ancora domani, nei quali il duo riesce a sfruttare perfettamente i tempi comici. Le espressioni di Paola Cortellesi diventano spesso il vero assist alla battuta, contribuendo a rendere ancora più esilaranti le situazioni.

Non manca il riferimento al primo David di Donatello, conquistato da Fanelli per Siccità. Un premio che, nella ricostruzione ironica della serie, sembra accompagnarla ovunque: dall’annuncio della vittoria pronunciato da Carlo Conti come suoneria del suo telefono alla statuetta nella borsa.
Tra balletti sulle canzoni di Annalisa e riferimenti a Striscia la notizia, la puntata continua a giocare con la carriera e l’immagine pubblica dell’attrice, portando all’estremo situazioni che trovano proprio nell’esagerazione la loro forza comica.
Anche Ferzan Özpetek si presta al gioco, interpretando una versione decaduta di sé stesso, con atteggiamenti e modi di fare che contribuiscono al divertimento del pubblico. È interessante osservare come personaggi tanto conosciuti accettino di ironizzare sulla propria immagine, diventando parte integrante di questo universo nel quale realtà e finzione continuano a confondersi.

Oltre alla comicità e alla costruzione del mockumentary, questa seconda puntata mi ha portata a riflettere anche su un altro aspetto: la scelta di distribuire un episodio ogni venerdì.
Siamo ormai abituati ad avere tutto e subito. Le piattaforme ci permettono di guardare intere stagioni in poche ore, passando da un episodio all’altro senza quasi renderci conto del tempo trascorso. Cosa sarebbe successo se avessimo avuto a disposizione tutti gli episodi di Peccato contemporaneamente?
Forse non ce li saremmo goduti allo stesso modo.
È un interrogativo che riguarda più in generale la distribuzione delle serie televisive di oggi. Abbiamo quasi perso il piacere dell’attesa, quello di trascorrere una settimana immaginando cosa potrebbe accadere nella puntata successiva. Invece, almeno in questo caso, aspettare il venerdì sembra diventare parte dell’esperienza stessa dello spettatore.
Non si tratta soltanto di scoprire come proseguirà la storia, ma anche di concedersi il tempo di assaporare ciò che abbiamo appena guardato, ed è proprio questo uno dei piccoli meriti di Peccato: ricordarci che, ogni tanto, vale la pena aspettare.
Desidero chiudere questa seconda pagella richiamando proprio il tormentone di Emanuela Fanelli: «Pensavate di aver visto tutto? Pensavate di aver sentito tutto? No, no.»
Ed effettivamente non abbiamo ancora visto né sentito tutto. Ma, in fondo, non vediamo l’ora.


