🎬 Regia — 8
📝 Sceneggiatura — 8
📷 Fotografia — 8
🎭 Interpretazioni — 8,5
📖 Storia nel complesso — 8,5

«Ma io questa, come la ballo?» È una domanda apparentemente semplice, quella che Mauro pone a Max, eppure sembra racchiudere già l’inizio della fine. Cosa succede quando due amici, che hanno condiviso sogni, passioni e successi, cominciano a interrogarsi sul proprio posto nel mondo?
La seconda stagione della serie dedicata alla storia degli 883, dal titolo Nord Sud Ovest Est, inizia nel migliore dei modi, riportandoci nella vita di Max Pezzali e Mauro Repetto, interpretati da Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli, due attori che riescono ancora una volta a restituire quella sintonia che aveva conquistato il pubblico nella precedente stagione. Ci eravamo affezionati alla loro storia, a quei due ragazzi che, partendo da Pavia, erano riusciti a trasformare la passione per la musica in qualcosa di molto più grande. Ritrovarli oggi, vedendo anche i veri Max e Mauro insieme all’anteprima, significa rivivere almeno per un momento quella magia che ha accompagnato gli 883.
La prima puntata sceglie di raccontare l’amicizia attraverso due storie che, pur appartenendo a tempi differenti, sembrano avere molteplici punti in comune. Da una parte Max e Mauro, dall’altra i Fratelli Righeira. Due gruppi, due percorsi musicali e due amicizie che, partendo da una passione condivisa, hanno conosciuto il successo e le trasformazioni che questo inevitabilmente comporta.

La scelta della sceneggiatura, firmata da Sydney Sibilia, Francesco Agostini e Marco Pettenello, di costruire una duplice narrazione è particolarmente interessante. Attraverso il montaggio e il racconto di Max, le vicende dei Fratelli Righeira finiscono per dialogare con quelle degli 883, permettendo allo spettatore di riconoscere similitudini senza che una storia debba necessariamente sovrapporsi all’altra. È bello vedere come esperienze appartenenti a persone differenti possano avere qualcosa in comune e come, a volte, sia possibile riconoscersi nel percorso di qualcun altro, facendone propri alcuni insegnamenti.
Trovo particolarmente significativo il momento in cui Johnson Righeira accende la televisione e assiste agli 883. Un gesto semplice, ma che sembra racchiudere un vero e proprio passaggio di testimone. Una generazione musicale osserva quella successiva, ma a colpire maggiormente Johnson sembra essere soprattutto la complicità tra Max e Mauro, capace di riportarlo con la memoria al rapporto con Michael. È proprio in quello sguardo che sembra emergere una certa malinconia, come se rivedesse qualcosa che un tempo aveva vissuto anche lui.

Anche le regie di Sydney Sibilia, per il primo episodio, e di Alessio Lauria, per il secondo, insieme alla fotografia di Valerio Azzali, contribuiscono a rendere credibile questo viaggio, riportandoci negli anni degli 883 e dei Fratelli Righeira. La ricostruzione delle atmosfere e il modo in cui le due storie vengono intrecciate permettono alla narrazione di procedere con naturalezza, senza perdere il filo emotivo che lega i protagonisti.
Se la prima puntata si concentra soprattutto sull’amicizia fraterna, la seconda sembra interrogarsi sull’identità. Chi siamo davvero? Siamo soltanto ciò che gli altri vedono di noi oppure esistono tante versioni differenti della stessa persona?
È una riflessione che prende forma anche attraverso Cisco (Davide Calgaro) e l’idea della nostra presenza in forme diverse, in universi differenti, ma sempre riconducibili alla stessa matrice: il nostro io. Tanti noi, tante possibilità, tante vite che avremmo potuto vivere. Eppure, nonostante tutto, siamo sempre noi. Cambiano le circostanze, le persone che incontriamo e le scelte che compiamo, ma qualcosa continua ad appartenerci.

«Noi non eravamo più quelli di un anno fa». È una frase che racconta quanto il successo e le esperienze vissute abbiano trasformato Max e Mauro. I due ragazzi che avevamo conosciuto non sono più esattamente gli stessi. Sono cresciuti, hanno raggiunto traguardi che forse non avrebbero mai immaginato e cominciano a guardare al futuro con occhi differenti. Eppure, a quella consapevolezza sembra rispondere un’altra frase: «Ma so che sappiamo fare musica».
Forse è proprio qui che le due puntate trovano il loro punto d’incontro. Da una parte la paura di non sapere più quale sia il proprio ruolo, dall’altra la certezza di possedere qualcosa che continua a unire. Max e Mauro possono cambiare, possono desiderare cose differenti e persino immaginare futuri lontani, ma la musica rimane ciò che li ha fatti incontrare e ciò che hanno saputo costruire insieme.

Un aspetto che ho sempre apprezzato è assistere alla nascita delle canzoni. Conoscere, attraverso il racconto della serie, i momenti e le intuizioni che accompagnano la creazione di brani entrati nella memoria collettiva permette di ascoltarli quasi con orecchie nuove. Canzoni che abbiamo cantato tante volte acquistano un significato diverso quando vengono inserite nella storia di chi le ha immaginate.
A rendere ancora più piacevole la visione contribuiscono i tempi comici. La narrazione riesce ad alternare momenti di leggerezza ad altri più intimi, senza che il passaggio dall’uno all’altro risulti forzato. Anche in questo emerge il lavoro della sceneggiatura, capace di lasciare spazio all’ironia senza sacrificare le riflessioni che attraversano la storia.
Una menzione particolare va ancora una volta a Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli. La loro sintonia è palpabile. Nei dialoghi, negli sguardi e nei piccoli gesti riescono a restituire la complicità di due amici che si conoscono da sempre. È proprio questa naturalezza a rendere credibile il loro rapporto, permettendo allo spettatore di affezionarsi nuovamente a Max e Mauro, anche quando iniziano a emergere i primi dubbi.

In fondo, ognuno di noi ha avuto il proprio gruppo musicale, quello che ha accompagnato un momento della vita, un’amicizia, un amore o semplicemente un ricordo. Gli 883, però, hanno avuto la capacità di attraversare generazioni differenti, diventando parte della storia personale di tante persone. Forse è anche per questo che tornare a raccontarli funziona così bene.

Dietro quelle canzoni non ci sono soltanto due ragazzi che hanno raggiunto il successo, ma due amici che, crescendo, hanno dovuto imparare a riconoscersi anche nei propri cambiamenti.

