Le pagelle di Granelli | Seconda serata – Episodi 3 e 4
🎬 Regia 7,5
📝 Sceneggiatura 7,5
📷 Fotografia 7,5
🎭 Interpretazioni 8
📖 Storia nel complesso 8+

Quanto della nostra vita è determinato dalle scelte che facciamo? Alcune sembrano insignificanti, altre sappiamo che potrebbero cambiare qualcosa, altre ancora facciamo fatica persino ad ammettere di doverle compiere. Eppure, ogni giorno scegliamo: chi lasciare entrare nella nostra vita, quanto mostrarci, quando restare, quando allontanarci e, qualche volta, persino quale parte di noi siamo disposti ad accettare.
Negli episodi tre e quattro di Tutto l’amore che resta è proprio la scelta a diventare una possibile chiave di lettura. Se la prima serata aveva il compito di presentarci l’Helen Keller e i suoi protagonisti, adesso entriamo maggiormente nel vivo della storia. I rapporti acquistano spazio e i personaggi cominciano a raccontarsi non soltanto attraverso ciò che sappiamo di loro, ma attraverso le persone che scelgono di avere accanto e le conseguenze delle proprie decisioni.
Tra quelli che acquistano maggiore profondità troviamo Ambra e Nuri, anche perché sono, almeno fino a questo momento, i personaggi per i quali la serie ha deciso di aprire maggiormente una finestra sul passato. Per Ambra, interpretata da Adriana Savarese, la parola scelta assume forse il significato più profondo. Attraverso il suo passato scopriamo infatti che da bambina viveva in orfanotrofio e sperava, a ogni incontro con dei possibili genitori, di essere scelta. Quello che possiamo leggere è il legame tra quel ricordo e la ragazza che conosciamo oggi. Per Ambra il desiderio di essere scelta ha radici molto più lontane del sentimento che sta nascendo nel presente e allora anche la sua difficoltà a mostrarsi davvero assume un significato diverso. Quanto desideriamo essere scelti e quanto, invece, permettiamo agli altri di conoscerci abbastanza da poterlo fare?

Adriana Savarese lavora molto bene proprio su questa contraddizione, lasciando convivere l’apparente sicurezza del personaggio con una vulnerabilità che emerge poco alla volta. Anche il passato di Nuri, interpretata da Pierpaola Janvier, attraverso il rapporto con i genitori permette alla fiction di aggiungere un tassello importante alla sua storia. Il presente all’Helen Keller smette così di essere l’unico spazio attraverso cui conoscerla: esiste un prima che ha contribuito a costruire la persona che vediamo oggi. Questo aiuta lo spettatore ad avvicinarsi maggiormente al personaggio, andando oltre ciò che Nuri mostra nel presente.
Proprio intorno a lei prende forma anche la linea narrativa che coinvolge Pietro, interpretato da Riccardo De Rinaldis. Inizialmente è una decisione dettata dall’orgoglio e dal non voler sottostare alle provocazioni degli altri due ragazzi a portarlo a entrare nello spogliatoio femminile e a riprendere Nuri nuda sotto la doccia. Un gesto grave, che difficilmente potrà esaurirsi nella sequenza in cui avviene e che sembra destinato ad avere conseguenze nelle prossime puntate. È interessante, però, osservare come lo stesso Pietro scelga successivamente di allenarsi per aiutare Nuri e diventare la sua guida nella staffetta di corsa. Due azioni molto distanti che partono dallo stesso personaggio. La prima nasce dall’orgoglio e dal bisogno di dimostrare qualcosa agli altri; la seconda lo porta, invece, a mettersi al servizio di qualcun altro. Questo non cancella né ridimensiona ciò che Pietro ha fatto nello spogliatoio, ma apre una nuova direzione per il personaggio e lascia inevitabilmente aperta la questione delle conseguenze della sua prima azione. Una scelta può raccontare chi siamo in un determinato momento, ma anche ciò che decidiamo di fare successivamente contribuisce a definire la direzione che prendiamo.

La scelta attraversa anche situazioni apparentemente più quotidiane. Carlotta decide di incontrare il ragazzo che le interessa e di non andare alla festa di Ambra. È una decisione “piccola” rispetto ad altre che attraversano la serie, ma racconta qualcosa di estremamente comune: scegliere qualcuno significa, qualche volta, non scegliere qualcun altro. Sono proprio le conseguenze di queste decisioni a modificare i rapporti, soprattutto quando entrano in gioco verità taciute.
C’è poi Vittoria, interpretata da Gloria Harvey, che sembra iniziare soprattutto a scendere a patti con sé stessa e con quello che prova nei confronti di Giulio, interpretato da Francesco Leo. Il loro rapporto ci regala una delle immagini più riuscite della seconda serata. I due ascoltano la musica e ballano insieme: Giulio sulla sua sedia a rotelle, Vittoria su una sedia girevole. È una scena semplice, ma proprio per questo efficace. Vittoria non rimane in piedi davanti a Giulio: si siede e trova insieme a lui un altro modo di ballare. Non gli chiede di adattarsi al suo movimento, ma sceglie di condividere il suo spazio e di costruirne uno che appartenga a entrambi. Allo stesso tempo, quel gesto racconta qualcosa di Vittoria: avvicinarsi a Giulio significa anche iniziare ad accettare ciò che quell’incontro sta cambiando dentro di lei. La regia e la sceneggiatura riescono qui a raccontare attraverso un gesto ciò che avrebbero potuto facilmente spiegare con le parole. L’azione, in questi casi, vale molto più delle parole: non serve dire che i due iniziano a trovarsi sullo stesso piano, basta guardarli ballare.
Proprio per questo lascia qualche perplessità la costruzione della sequenza che chiude il quarto episodio. Giulio si trova in un momento di forte vulnerabilità, senza avere la possibilità di trovare un bagno accessibile alle persone con disabilità. La regia si sofferma a lungo sui pantaloni bagnati di Giulio per arrivare poi al bacio con Vittoria. È soprattutto il passaggio verso quel bacio a sembrare troppo veloce, quasi come se mancasse un momento intermedio capace di trasformare la vulnerabilità appena mostrata in intimità sentimentale. L’intenzione romantica è evidente, ma non sembra trovare fino in fondo il tempo necessario per diventare emozione. Il loro rapporto risulta maggiormente romantico proprio quando non c’è ancora nessun bacio: erano bastate due sedie e una canzone per raccontare la loro vicinanza con maggiore naturalezza.
Anche Alex, interpretata da Noemi Magagnini, continua a definirsi attraverso le proprie contraddizioni. Ruba un orologio con l’intenzione di ricavare del denaro per sé e per la madre, che non lavora e continua a giocare alle macchinette. È ancora una volta una decisione a raccontarci qualcosa in più di lei: utilizza parte di quei soldi per comprare un cannocchiale a Luca, interpretato da Giordano Liberati. Questo non rende giusto ciò che Alex ha fatto, ma permette di comprenderne maggiormente l’origine e, soprattutto, evita di ridurre il personaggio a una semplice etichetta. Alex ruba perché sente di avere bisogno, ma nello stesso momento sceglie anche di dare. In una situazione familiare nella quale dovrebbe essere lei a poter contare su un adulto, finisce almeno in parte per preoccuparsi della persona che dovrebbe occuparsi di lei. Attraverso il rapporto con Luca emerge così un lato differente del personaggio e i due attori costruiscono scene interessanti da guardare, alimentando la curiosità su come evolverà il loro rapporto.
La seconda serata, però, allarga lo sguardo anche sugli adulti, che iniziano a esistere maggiormente al di là del ruolo che ricoprono. Stefano Fogli, interpretato da Raoul Bova, deve confrontarsi sempre più con le conseguenze concrete dell’ideale sul quale ha costruito l’Helen Keller. Credere nell’inclusione è una cosa, prendere quotidianamente decisioni che riguardano ragazzi, insegnanti e famiglie è un’altra. Accanto a lui, Paola, interpretata da Fiorenza Pieri, porta un modo differente di vivere il rapporto con Luca. È proprio nella distanza tra i loro sguardi che emerge un’altra forma di scelta: un genitore non sceglie se amare un figlio, ma deve continuamente scegliere come proteggerlo e quando permettergli di affrontare il mondo da solo.
Anche Elisabetta, interpretata da Anna Favella, contribuisce ad ampliare questo sguardo attraverso il rapporto con i figli, Vittoria e Matteo. La genitorialità assume così forme differenti all’interno della stessa storia e mostra come accompagnare un figlio significhi anche confrontarsi con esperienze e sentimenti sui quali non sempre è possibile intervenire. A volte proteggere significa agire, altre volte significa capire quando lasciare spazio alle scelte dell’altro.
L’arrivo di Michela, interpretata da Giulia Bevilacqua, mette inoltre Stefano e il suo progetto davanti a uno sguardo esterno. L’Helen Keller non può limitarsi a dichiarare ciò che vorrebbe essere: deve dimostrarlo nella quotidianità, con tutte le difficoltà e le contraddizioni che questo comporta. Michela diventa così anche un modo attraverso cui osservare Stefano da una prospettiva diversa e mettere alla prova alcune delle sue certezze.
Un’altra dinamica che comincia a prendere forma riguarda Matteo, il fratello di Vittoria interpretato da Francesco De Rosa, e il sentimento che sta sviluppando nei confronti di Gaia, interpretata da Federica Pagliaroli, la sua professoressa. È ancora presto per capire dove la serie voglia portare questo rapporto, ma proprio per questo è interessante osservarne la nascita. Matteo si trova davanti a qualcosa che non ha necessariamente scelto di provare, ma rispetto al quale dovrà inevitabilmente scegliere come comportarsi, soprattutto perché per lui si tratta della prima esperienza con un sentimento di questo tipo.
È soprattutto nella costruzione di questa rete di relazioni che la sceneggiatura compie un passo avanti rispetto alla prima serata. I personaggi iniziano a definirsi attraverso gli altri e le loro storie cominciano maggiormente a intrecciarsi. Rimangono alcune riserve nella gestione dei tempi di determinati passaggi, ma gli episodi permettono alla storia di acquistare maggiore profondità.
Lo stesso vale per le interpretazioni. Il cast giovane ha adesso più spazio per andare oltre la presentazione iniziale dei personaggi. Adriana Savarese riesce a far intravedere la fragilità di Ambra senza cancellarne la forza; Pierpaola Janvier restituisce a Nuri una determinazione che convive con momenti di maggiore fragilità; Riccardo De Rinaldis comincia a mostrare sfumature differenti di Pietro attraverso decisioni che portano il personaggio in direzioni opposte. Gloria Harvey accompagna Vittoria in un cambiamento che passa soprattutto attraverso piccoli gesti e reazioni, mentre Francesco Leo affronta momenti di maggiore esposizione e vulnerabilità. Noemi Magagnini continua a rendere Alex interessante proprio perché riesce a restituirne le contraddizioni senza appiattirle. Anche Francesco De Rosa trova maggiore spazio attraverso Matteo e il suo primo avvicinamento sentimentale a Gaia, mentre Federica Pagliaroli restituisce alla professoressa quella posizione delicata che inevitabilmente separa il suo ruolo da ciò che Matteo sta iniziando a provare.
Anche il cast adulto acquista maggiore spazio. Raoul Bova porta Stefano oltre la figura del preside idealista, lasciando emergere maggiormente l’uomo e il padre dietro il progetto dell’Helen Keller; Fiorenza Pieri restituisce a Paola una preoccupazione che nasce da un modo diverso di intendere la protezione del figlio; Anna Favella contribuisce attraverso Elisabetta ad ampliare il racconto della genitorialità, mentre Giulia Bevilacqua, attraverso Michela, porta uno sguardo esterno sull’Helen Keller e sul progetto costruito da Stefano.
È proprio questo, forse, il passo avanti più evidente della seconda serata. Se nei primi due episodi avevamo imparato a conoscere i personaggi, negli episodi tre e quattro iniziamo a conoscerli attraverso le loro scelte. Non tutte le decisioni sono corrette, non tutte sono facili e non tutte ci conducono dove speravamo di giungere. Alcune nascono dall’orgoglio, altre dalla paura, altre ancora dal desiderio di essere scelti o di riuscire finalmente a scegliere qualcuno. Ogni scelta, però, rivela qualcosa di noi e, inevitabilmente, trasforma anche la vita di chi decidiamo di tenere vicino.

