Quanto delle persone che abbiamo incontrato continua a vivere dentro di noi? Attraversiamo il presente, costruiamo il futuro, eppure qualcosa di chi è passato nella nostra vita rimane. Può essere un profumo, un oggetto, una musica, un gesto: piccoli elementi capaci di riportare improvvisamente nel presente qualcosa che pensavamo appartenesse soltanto al passato. The Echo Chamber, diretto da Andrea Pallaoro, si muove dentro questa persistenza, interrogandosi su quanto i fantasmi delle persone incontrate continuino a coesistere con ciò che siamo. Non fantasmi da cui liberarsi, ma tracce. Siamo anche il risultato degli incontri che abbiamo fatto, delle esperienze vissute, degli sguardi che si sono posati su di noi. Ogni persona lascia qualcosa che può riaffiorare attraverso la memoria, il corpo, i sensi, anche quando non fa più parte fisicamente del nostro presente.

Acquista un significato particolare la stessa origine del film. The Echo Chamber nasce dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, scritta insieme a Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi. Dopo la sua morte, il progetto è stato raccolto e portato sullo schermo da Andrea Pallaoro, presentato in concorso a Venezia. In un’opera che riflette su ciò che continua a esistere anche attraverso l’assenza, è inevitabile percepire anche l’eco di Bertolucci.
Al centro del racconto troviamo Leo (Luca Marinelli), Anne (Alicia Vikander) e Ava (Susan Sarandon), tre personaggi che declinano in modo diverso il rapporto tra presenza e assenza. Leo incontra Anne a partire da un bisogno prima di tutto corporeo: un dolore fisico lo conduce alla fisioterapia e quindi al contatto con qualcuno capace di alleviarlo. Da quella necessità nasce un rapporto in cui diventa progressivamente difficile distinguere il sentimento dalla dipendenza. In Anne sembra emergere un innamoramento autentico; in Leo il confine resta più ambiguo: prima ha bisogno delle mani di Anne sul proprio corpo, poi della sua stessa presenza.
Il loro rapporto non ci viene restituito seguendo una linea temporale ordinata. Passato e presente si alternano continuamente, fino quasi a contaminarsi. Il flashback non serve solo a raccontare ciò che è accaduto prima: permette al passato di entrare continuamente nel presente. Un ricordo ne richiama un altro, un oggetto riporta a una persona, una sensazione rende nuovamente vicino qualcuno che in quel momento non c’è. Il tempo assume un andamento quasi circolare, coerente con personaggi incapaci di separarsi da ciò che hanno vissuto.
Ava introduce una variazione. Meno assenza che presenza, si impone soprattutto attraverso la voce e la musica. La sua voce attraversa la vita di Leo come un suono capace di continuare a occupare lo spazio anche quando lei non è nella stanza. Non è casuale che Pallaoro lavori con musica esclusivamente diegetica: il suono appartiene al mondo dei personaggi, nasce dagli spazi che abitano e continua a risuonare al loro interno. Una voce può continuare a riempire una stanza anche quando chi la emette non è più lì. Dunque, anche la musica diventa memoria e, insieme, presenza.

È soprattutto attraverso la regia e lo spazio che The Echo Chamber trasforma questa riflessione in un’esperienza cinematografica. La regia sceglie ostinatamente di restare negli spazi della casa. L’esterno esiste, ma lo osserviamo sempre da lì: attraverso una finestra, una porta, un’apertura. Non abbandoniamo mai davvero l’appartamento e, progressivamente, ci ritroviamo intrappolati nella sua stessa memoria. La casa smette di essere una semplice location. Pallaoro l’ha definita una sorta di personaggio, uno spazio legato alla memoria, al controllo, al rifugio, alla prigionia emotiva. Ma la regia arriva oltre: è come se lo spettatore diventasse la casa stessa. Leo e Anne possono entrare e uscire. Noi no.
Quando uno dei due lascia una stanza, la macchina da presa non sente il bisogno di seguirlo. Restiamo dentro e continuiamo a percepirne la presenza attraverso un passo che si allontana, una voce da un’altra stanza, una porta, un rumore, o semplicemente il silenzio lasciato dietro di sé. I personaggi entrano ed escono da quello spazio mentre lo spettatore continua ad abitarlo. Ed è restando lì che impariamo a percepire non solo la loro presenza, ma soprattutto la loro assenza.
Il lavoro sul suono diventa quindi fondamentale. L’eco non è solo un concetto evocato dal titolo: è qualcosa che il film ci fa fisicamente ascoltare. Un personaggio esce dall’inquadratura, ma continuiamo a sentirne la presenza. L’assenza non coincide mai del tutto con il vuoto.
Lo stesso principio attraversa gli oggetti e i sensi. Gli ambienti condivisi, la doccia usata da entrambi, la musica, il profumo diventano depositari della presenza dell’altro. L’odore di Anne basta a riportarla accanto a Leo anche quando lei non è fisicamente presente, riattivando il desiderio attraverso il ricordo del suo corpo. Non serve più che Anne sia lì: qualcosa di lei è ormai rimasto dentro di lui.
Anche la fotografia di Diego García partecipa a questo movimento continuo. Toni freddi e caldi convivono e si alternano, trasformando emotivamente lo stesso spazio. Pallaoro ha raccontato di aver costruito il lavoro cromatico a partire dalle emozioni, individuando nel rosso e nel verde una dicotomia ricorrente. La casa resta identica, ma non viene mai percepita allo stesso modo: intima e accogliente, un attimo dopo distante, fredda, quasi estranea. Come i suoni e gli oggetti, anche la luce trattiene qualcosa delle persone che attraversano quelle stanze.
A dare corpo a questa costruzione sono Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon. Marinelli costruisce Leo soprattutto attraverso la fisicità: il personaggio entra nella storia attraverso un corpo dolorante, che diventa progressivamente luogo del bisogno, del desiderio, della dipendenza. Vikander lavora su un registro più trattenuto, lasciando convivere in Anne cura, desiderio e sentimento. Sarandon porta una presenza diversa, legata alla voce e alla musica, capace di occupare lo spazio anche solo attraverso il suono. Ed è proprio quando il linguaggio del film sembra ormai definito che arriva il finale.
L’ultima parte cambia il passo. Più che concludere ciò che abbiamo visto, sembra un atto a sé stante. Alla sospensione, ai silenzi, alla narrazione prevalentemente sensoriale che ha dominato fino a quel momento subentra una tensione concreta: uno scontro, una scelta improvvisa, un corpo che agisce. Ciò che era rimasto emotivo assume una forma drammatica esplicita. Non sorprende che proprio questo cambio di registro sia diventato uno degli aspetti più discussi nelle reazioni al film dopo la presentazione veneziana.
Il finale è anche un ribaltamento. Il rapporto tra Leo e Anne era iniziato attraverso la cura: lui aveva un corpo dolorante, lei possedeva gli strumenti per alleviarne il dolore. Bisogno, contatto e dipendenza avevano una direzione riconoscibile. Nell’ultima parte quelle posizioni vengono rimesse in discussione. La cura ritorna, ma sotto forma diversa; il bisogno cambia direzione; i ruoli su cui avevamo costruito la nostra percezione della coppia non sono più così distinguibili.

Cambia anche la risposta di Anne. Davanti alla possibilità di andarsene, sceglie di restare. Una scelta che non risolve l’ambiguità del loro rapporto, anzi la rende più evidente: restare significa amare e prendersi cura dell’altro, o non riuscire più a liberarsene? The Echo Chamber cambia radicalmente direzione per tornare, in qualche modo, al punto da cui era partito. Non attraverso una ripetizione identica, ma attraverso qualcosa che ritorna modificato da ciò che è accaduto. Proprio come un’eco.
La echo chamber è la casa, con le sue stanze e le tracce lasciate da chi l’attraversa. Ma le camere dell’eco sembrano essere anche i personaggi stessi. Leo contiene Anne, Anne contiene Leo, Ava porta con sé le proprie presenze e le proprie assenze. Il passato e il presente non sono più due tempi separabili, perché ciò che abbiamo vissuto continua a modificare ciò che siamo.
Forse non lasciamo mai davvero qualcuno soltanto nel passato. Alcune persone rimangono in un gesto, altre in una canzone, altre ancora in un profumo che, senza preavviso, restituisce qualcosa che pensavamo lontano. Continuiamo a vivere, cambiamo, incontriamo altre persone, ma dentro di noi restano stanze in cui certe presenze continuano a risuonare. Siamo anche l’eco delle persone che ci hanno attraversato.

