La risata è sempre stata, tanto nel cinema quanto nel teatro, un mezzo attraverso cui raccontare qualcosa che va oltre il semplice gesto del ridere. Dietro quel momento può nascondersi la volontà di portare lo spettatore a ragionare, a riflettere su ciò che sta guardando. Serpenti, diretto da Roberto De Paolis e sceneggiato insieme ai fratelli D’Innocenzo, spinge sul grottesco proprio per condurre lo spettatore verso una domanda: stiamo ridendo di qualcosa di assurdo o della realtà?
Presentato nella sezione Venezia Spotlight all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, il film si muove attraverso poche location e ruota attorno a Paolo Marra (Leonardo Lidi) e ai tre personaggi che incontra nel corso della storia: un sovrintendente di polizia (Alessandro Borghi), un avvocato (Pietro Castellitto) e Stella, una cartomante (Valeria Golino). Tre incontri distinti che, in modi diversi, finiscono per esercitare un’influenza su di lui.

Paolo confessa l’omicidio allo spettatore prima ancora di entrare in commissariato. Crede che basterà poco per essere rinchiuso e invece il tempo si dilata, al contrario della sua pazienza. Paolo ha fretta. Ha fretta fin dal primo istante, ma è costretto ad aspettare: prima la polizia, poi l’avvocato e ancora un commissario che non incontrerà mai. L’arresto, quindi, non arriva. C’è il mal di testa, poi persino dei copri chiavi da sistemare per distinguere il mazzo. Insomma, è un continuo attendere. Paolo attende e noi spettatori con lui.

Serpenti gioca sul grottesco e lo spettatore si ritrova a ridere di quello che sta vedendo. È un vero e proprio teatro dell’assurdo quello a cui si assiste, nel quale, almeno in un primo momento, l’attenzione si concentra sul poliziotto, sull’avvocato e sulla cartomante. Solo in un secondo momento, quando Paolo si ritrova su un autobus, lo sguardo torna completamente su di lui e permette allo spettatore di scoprirlo nella sua interezza.
Il rapporto tra assurdo, grottesco e risata nasce molto prima del cinema. Nel mondo kafkiano l’individuo si ritrova spesso intrappolato in meccanismi che non riesce a governare, tra attese, regole e apparati che seguono una logica apparentemente razionale fino a diventare paradossali. Pirandello, invece, distingue il comico dall’umoristico: alla percezione immediata di qualcosa che provoca il riso segue la riflessione, capace di andare oltre la prima impressione e scoprirne il risvolto più doloroso. Il cinema ha fatto propri questi meccanismi, trasformandoli attraverso immagini, spazi e tempi del racconto. Ne Il processo di Orson Welles, tratto dal romanzo di Kafka, il labirinto burocratico diventa anche uno spazio cinematografico. Il grottesco, allo stesso modo, permette alla risata di convivere con il dramma: non necessariamente per allontanarsene, ma talvolta per osservarne ancora più da vicino le contraddizioni.
È proprio nell’attesa che emerge con maggiore forza la componente kafkiana di Serpenti. Paolo ha commesso un crimine e vuole costituirsi, eppure sembra quasi impossibile riuscire a farsi arrestare. Il paradosso sta nel rovesciamento: se ne Il processo Josef K. viene arrestato senza conoscere la propria colpa, Paolo dichiara la propria colpevolezza e cerca una pena che continua a essergli negata. L’attesa, la burocrazia e i piccoli ostacoli quotidiani trasformano così una situazione tragica in qualcosa di paradossale.

Se Kafka sembra abitare la situazione in cui Paolo è intrappolato, Pirandello entra invece nella reazione dello spettatore. Si ride del poliziotto, dell’avvocato, delle loro reazioni e dell’assurdità delle situazioni in cui Paolo si ritrova. Poi interviene la riflessione e quella stessa risata cambia significato. Paolo è un uomo che ha ucciso sua moglie: di cosa stiamo ridendo?
Il film non indaga realmente sul motivo per cui il protagonista abbia commesso quel gesto, ma sposta l’attenzione su ciò che accade dopo e su come la società reagisce davanti a un evento del genere. Il femminicidio è ormai una presenza ricorrente nel racconto quotidiano, dai telegiornali alle home dei social, e Serpenti sembra interrogarsi proprio sul rischio dell’assuefazione: cosa succede quando anche un evento estremo entra con tale frequenza nella quotidianità da rischiare di essere percepito come già visto, atteso, quasi previsto? Si aspetta che accada. E quando accade, si cerca una spiegazione. Anche in questo, si aspetta.
Ma il teatro dell’assurdo costruito dalla sceneggiatura trova una propria forma anche nelle scelte registiche di Roberto De Paolis. La macchina da presa osserva Paolo e sembra continuamente cercare la giusta distanza dalla quale comprenderlo. Gli zoom in e out diventano così parte del rapporto tra protagonista e spettatore: ci si avvicina a Paolo per osservarlo, per cercare di decifrarlo, per poi tornare ad allontanarsi quando quella comprensione sembra sfuggire. È quasi un movimento di attrazione e repulsione. Più il film si avvicina a Paolo, più emerge la difficoltà di comprenderlo fino in fondo. Lo stesso movimento che attraversa la risata sembra allora trovare una propria forma visiva: prima ci si lascia avvicinare dall’assurdità della situazione, poi si è costretti a ristabilire una distanza e a guardare diversamente ciò che si ha davanti.

De Paolis lascia inoltre spazio al tempo della scena. I take prolungati permettono alle situazioni di svilupparsi senza inseguire necessariamente la battuta o l’effetto comico immediato. Sono le pause, le attese, gli sguardi e soprattutto le reazioni dei personaggi a lasciare che il grottesco emerga progressivamente. L’assurdo non viene semplicemente dichiarato: ha bisogno di tempo per manifestarsi. Ed è proprio all’interno di questi tempi che il lavoro degli attori diventa fondamentale. Leonardo Lidi costruisce Paolo attraverso la sottrazione. È un uomo trattenuto, quasi passivo, ma attraversato da un’urgenza costante: vuole essere arrestato. La sua immobilità entra così continuamente in contrasto con la fretta che lo accompagna. Intorno a lui, Alessandro Borghi, Pietro Castellitto e Valeria Golino costruiscono tre registri differenti dell’assurdo. Borghi trova il comico nella normalità con cui il sovrintendente affronta una situazione che normale non è. L’avvocato usa invece la parola come un grimaldello, capovolgendo il senso della responsabilità fino quasi a trasformare la colpa in un gesto eroico di liberazione. Golino, con Stella e la lettura delle carte, apre a Paolo una via del tutto diversa per interpretare ciò che ha fatto.
Il risultato è un gioco di contrasti nel quale accade qualcosa di paradossale: Paolo finisce quasi per apparire come il personaggio meno assurdo del film, nonostante sia proprio lui ad aver compiuto l’atto più estremo. È ciò che accade intorno a lui a produrre la risata. Ed è proprio questa contraddizione a renderla progressivamente più difficile.
Serpenti accompagna così lo spettatore dentro un assurdo che, scena dopo scena, perde parte della propria distanza dalla realtà. Si ride, si aspetta, si osserva Paolo cercare una pena che sembra non arrivare mai. Ma quando il meccanismo si interrompe, resta la consapevolezza di aver riso davanti a qualcosa che assurdo non è. Forse è proprio quando smettiamo di ridere che Serpenti ci mostra quanto poco assurda fosse quella verità.

