Ci sono attori che interpretano personaggi e altri che, attraverso quei personaggi, continuano a interrogarsi sulla vita, sulle relazioni e sulla società. Francesco Colella appartiene certamente alla seconda categoria.
Ospite di una nuova puntata di Granelli-la serie, l’attore calabrese ha attraversato con sincerità e ironia i momenti più importanti del proprio percorso umano e professionale. Una conversazione intensa, ma anche leggera e spontanea, nella quale si è parlato di cinema, teatro, amore, famiglia, fragilità, crisi professionali, autenticità e nuovi progetti.
Un incontro che ha restituito il ritratto di un artista lontano dall’idea tradizionale della celebrità e profondamente legato alla dimensione artigianale del proprio mestiere.

Un periodo ricco di progetti
Gli ultimi anni hanno visto Francesco Colella protagonista di numerosi lavori per il cinema e la televisione. Tuttavia, l’impressione che un attore lavori continuamente può essere ingannevole.
Colella spiega infatti che spesso produzioni realizzate in periodi diversi vengono distribuite quasi contemporaneamente:
«Ci sono film che giri due anni prima, altri realizzati l’anno successivo e poi, improvvisamente, tre lavori escono uno dietro l’altro. Sembra che tu stia lavorando senza sosta, ma tra un progetto e l’altro ci sono anche delle belle pause».
Tra i titoli più significativi figura Il Dio dell’amore, commedia nella quale Colella interpreta Ovidio, affiancato da un cast che comprende, tra gli altri, Vanessa Scalera, Anna Bellato e Giovanni Ludeno.
Il film diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia sul sentimento amoroso, sulle sue trasformazioni e sulla difficoltà di racchiuderlo in una definizione.
L’amore secondo Francesco Colella
Per molto tempo Francesco Colella è stato considerato dagli amici una sorta di consulente sentimentale, capace di ascoltare, comprendere e confortare. Eppure, con il passare degli anni, ha maturato la consapevolezza che l’amore non possa essere spiegato attraverso formule precise.
«Credo di aver capito qualcosa dell’amore quando ho deciso di non capirci niente. La sua definizione sfugge da tutte le parti».
L’amore, secondo l’attore, può essere sentimento autentico, proiezione, bisogno o tentativo di colmare una mancanza. Proprio questa natura mutevole è al centro del personaggio di Ovidio.
«Mi piaceva l’idea che Ovidio conoscesse la natura mobile e tempestosa dell’amore e che, dopo duemila anni, fosse ancora alla ricerca di una nuova conoscenza amorosa».
Più che le conquiste, a interessare Colella sono i fallimenti sentimentali, gli amori non corrisposti, le esitazioni e le figuracce che rendono le persone fragili e profondamente umane.
Oggi l’amore occupa nella sua vita un ruolo molto diverso rispetto al passato:
«Un tempo ero innamorato delle canzoni e delle grandi istanze sociali e politiche. Consideravo l’amore quasi un fatto ornamentale. Oggi, invece, non c’è niente di più importante».
Coltivare i sentimenti diventa così anche un gesto di responsabilità. In un tempo caratterizzato da ostilità, diffidenza e difficoltà relazionali, imparare a riconoscere le emozioni e trasformarle in sentimenti consapevoli assume un profondo valore culturale.
Una vocazione nata durante l’infanzia
Francesco Colella non ricorda un momento preciso nel quale abbia deciso di diventare attore. La recitazione gli appare come una presenza naturale, qualcosa che lo accompagna fin dall’infanzia.
Da bambino seguiva una compagnia teatrale composta da persone più grandi di lui. Era la mascotte del gruppo e, dipinto di bianco, intratteneva il pubblico negli intervalli tra un atto e l’altro, proponendo piccoli numeri comici e finte telefonate ispirate anche alla comicità di Gigi Proietti.
«Non ricordo quando ho deciso di voler fare l’attore. Mi sembra di averlo sempre voluto fare. Considero questo mestiere un’emanazione naturale della mia esistenza».
Nella sua famiglia non c’erano altri artisti, ma dalla parte materna non mancavano grandi narratori. Durante i pranzi e le riunioni familiari, Colella ascoltava storie di amori, tradimenti, lutti, gioie e vicende di paese.
Ogni racconto diventava un piccolo evento teatrale, arricchito da quella capacità di fabulazione che appartiene profondamente alla tradizione del Sud.
«Passavo ore ad ascoltare gli adulti. I racconti erano veri, ma venivano arricchiti e trasformati, come solo noi del Sud sappiamo fare».
Forse proprio in quelle conversazioni, ascoltando la madre, la nonna e gli altri familiari, è nato il suo interesse per le storie e per la complessità dell’essere umano.

La famiglia e il valore dei legami
Colella è il secondo di tre fratelli. Con ironia si definisce il figlio di mezzo, quello che può attraversare l’infanzia con una libertà maggiore perché i genitori hanno già riversato le prime ansie sul primogenito.
Oggi considera il rapporto tra fratelli un valore inestimabile, ma non qualcosa da dare per scontato.
«I fratelli sono la parte della famiglia che ti porti dietro. Il rapporto va continuamente rinsaldato, come accade per tutti i legami».
Il lavoro dell’attore, con i suoi spostamenti e la sua irregolarità, può rendere più difficile mantenere vive le relazioni. Per questo Colella sente spesso la necessità di riallacciare i fili e recuperare il tempo trascorso lontano.
Cosimo ne La gioia: interpretare un personaggio senza assolverlo
Nel film La gioia, diretto da Nicolangelo Gelormini, Colella interpreta Cosimo, un uomo privo di autentica empatia e guidato esclusivamente dai propri bisogni.
L’attore racconta di essersi avvicinato al personaggio mantenendo una forte distanza morale:
«Mi sono avvicinato a Cosimo disprezzandolo profondamente».
Secondo Colella, un interprete non deve necessariamente conferire umanità o giustificazioni a un personaggio che ha scelto di rinunciare alla propria coscienza. Al contrario, può lasciargli la libertà di mostrare tutta la sua grettezza.
Per descrivere Cosimo utilizza un’immagine particolarmente efficace: quella delle rane da laboratorio che, pur essendo prive di vita, sembrano muoversi quando vengono attraversate da una scarica elettrica.
«Cosimo è un uomo morto dentro che sembra rivitalizzarsi soltanto attraverso il possesso e il denaro. È completamente disinteressato ai sentimenti».
Interpretare personaggi di questo tipo significa indagare fino a che punto una persona possa abdicare alla propria umanità. Per Colella, portare sullo schermo tali figure non vuol dire assolverle, ma renderne visibile la pericolosità.
La libertà di dire di no
Nel corso della carriera Francesco Colella ha rifiutato anche ruoli professionalmente importanti. Tuttavia, tiene a precisare di non appartenere alla categoria degli attori sommersi da sceneggiature tra le quali scegliere.
«Sono un artigiano che faticosamente porta avanti questo lavoro e che, per fortuna, riesce ancora a farlo».
Proprio nei periodi più difficili, quando le opportunità diminuivano e si faceva sentire la paura di essere dimenticato, sono arrivate proposte economicamente vantaggiose ma poco coerenti con la sua sensibilità artistica.
Accettarle avrebbe potuto offrirgli una sicurezza immediata. Rifiutarle, invece, significava esporsi all’incertezza.
«Mi sono detto che, se avessi accettato soltanto per convenienza o per denaro qualcosa che mi risuonava male, sarei rimasto per sempre governato da quel meccanismo».
Dire di no è stato un gesto apparentemente irresponsabile, ma anche una prova di libertà. Con il tempo sono arrivati lavori più piccoli e meno remunerativi, ma maggiormente in sintonia con lui.
Quell’esperienza gli ha permesso di sviluppare una capacità fondamentale: riconoscere la materia artistica di un progetto e comprenderne la risonanza personale.

La vera fatica del mestiere dell’attore
Qual è l’aspetto del lavoro dell’attore che il pubblico tende a ignorare?
Per Colella è giusto che lo spettatore non veda tutta la fatica. Come accade con un clown, il pubblico dovrebbe percepire la gioia della rappresentazione e soltanto intravedere ciò che si nasconde alle sue spalle.
La vera difficoltà, però, non consiste soltanto nella preparazione di un ruolo.
«La fatica sta nel reggere una vita facendo questo mestiere. È una professione precaria, nella quale puoi attraversare periodi di successo e altri nei quali le persone smettono di chiamarti».
Proprio durante uno di questi momenti di pausa Colella ha trovato una propria voce teatrale e ha fondato, insieme al regista Francesco Lagi, una compagnia.
Le crisi, quindi, possono trasformarsi in occasioni di ricerca. Una solitudine inizialmente dura e poco romantica può condurre verso nuovi testi, nuove collaborazioni e forme espressive inattese.
«Ci sono lavori performativi e lavori trasformativi. Quelli trasformativi, mentre li fai, contribuiscono alla tua evoluzione».
Zigulì e la trasformazione attraverso il teatro
Uno degli spettacoli più importanti nel percorso di Colella è stato Zigulì, tratto dal libro nel quale un padre racconta la propria relazione con un figlio con una grave disabilità.
Ciò che lo interessava non era affrontare il tema in maniera didascalica, ma raccontare la faticosa e potentissima dichiarazione d’amore di un genitore che cerca ogni giorno di comprendere il linguaggio misterioso del proprio figlio.
«Era una lotta per penetrare il mistero di quel fenomeno della natura che era suo figlio. Una lotta per nulla sentimentale, ma sudata e profondamente autentica».
In quel periodo Colella aveva figli piccoli e aveva vissuto una separazione. Portare quotidianamente quella storia sulla scena gli permetteva di sentirsi più vicino al proprio ruolo di padre.
Lo spettacolo, quindi, non è stato soltanto un’esperienza professionale, ma uno strumento per comprendere meglio sé stesso.
Il bisogno di un cinema civile
Parlando del cinema italiano contemporaneo, Colella riconosce la presenza di film di grande qualità, ma confessa di provare nostalgia per un cinema capace di osservare con coraggio la società.
Il suo pensiero va a registi e autori come Elio Petri, Francesco Rosi, Pier Paolo Pasolini e Carlo Lizzani.
«Stanno accadendo cose incredibili nel mondo. Mi piacerebbe un cinema capace di uscire dal familismo e di affacciarsi verso il baratro che abbiamo davanti».
Secondo l’attore, il problema non è soltanto la paura di affrontare determinati argomenti, ma una forma di autocensura e conformismo che rischia di impoverire l’arte.
Il cinema, il teatro e la cultura dovrebbero invece continuare a rappresentare presìdi nei quali sviluppare uno sguardo critico, conservare la memoria storica e interrogarsi sulle trasformazioni del presente.
Il rischio di diventare “artificialmente intelligenti”
Nel corso dell’intervista emerge anche una riflessione sull’intelligenza artificiale e sulla progressiva perdita di autenticità nelle relazioni e nella comunicazione.
Ciò che preoccupa Colella non è soltanto una tecnologia capace di diventare invasiva, ma il rischio che siano gli esseri umani stessi a interiorizzarne i meccanismi.
«Mi preoccupa l’intelligenza artificiale che rischiamo di introiettare. Il pericolo è diventare noi artificialmente intelligenti, anche nei sentimenti e nelle emozioni».
Sui social network, nella musica e nell’audiovisivo si moltiplicano rappresentazioni formalmente perfette, ma prive di vibrazione autentica.
Per questo Colella cerca di mantenere viva la capacità di emozionarsi davanti a qualcosa di imperfetto, ma genuino. Non si considera depositario di una verità, né ritiene di aver raggiunto una forma definitiva di autenticità.
«Non so se sono autentico. Sono in lotta costante per esserlo».
Il rifiuto dell’atteggiamento messianico
Francesco Colella guarda con sospetto alla tendenza di alcuni artisti a trasformarsi in maestri di vita. Anche quando esprime considerazioni profonde, avverte il bisogno di non prendersi troppo sul serio.
«Questa idea che noi attori dobbiamo continuamente insegnare qualcosa agli altri mi annoia. È importante scegliere anche l’allegria e la leggerezza. Può essere un grande atto civile».
L’ironia diventa allora una forma di resistenza nei confronti della prepotenza, dell’arroganza e dell’indignazione permanente.
Rispondere a tutto con il volto accigliato e il dito alzato rischia di produrre una comunicazione artificiale, nella quale le parole non sono sempre accompagnate da comportamenti coerenti.
Colella riconosce questo rischio prima di tutto in sé stesso. La sua è un’autocritica, non una lezione impartita dall’alto.

L’immagine pubblica e il valore del lavoro
L’attore confessa di avere un rapporto complicato con le fotografie e con l’esigenza di raccontare sé stesso al di fuori dei personaggi.
Alcuni dei suoi scatti sono stati realizzati dal figlio durante una passeggiata. Colella sembra trovarsi più a proprio agio davanti alla macchina da presa quando deve interpretare una storia, piuttosto che quando deve semplicemente mostrare sé stesso.
«Datemi un bel film, una storia e un personaggio e troverò tutto il coraggio possibile. Se invece devo raccontare me stesso o farmi fotografare per quello che sono, annaspo parecchio».
Non disprezza il gradimento del pubblico e prova piacere quando qualcuno lo riconosce o gli manifesta apprezzamento. Tuttavia, non desidera ottenere visibilità a ogni costo.
«Vorrei che il mio lavoro e le storie che racconto fossero condivisi con quante più persone possibile, ma attraverso ciò che faccio, non attraverso altri contenuti».
Per Colella, la popolarità dovrebbe essere una conseguenza del lavoro e non sostituirsi a esso.
Le fragilità e il pericolo della frustrazione
Nel mondo dello spettacolo è facile sentirsi esclusi, osservare ruoli assegnati ad altri o affrontare periodi nei quali si viene collocati ai margini.
Colella ammette di avere sperimentato la frustrazione, ma di aver capito che nutrirsene può compromettere anche la qualità del lavoro artistico.
«Si diventa attori mediocri se ci si nutre di frustrazione».
L’attore rifiuta anche l’uso retorico della parola “fame” per descrivere il desiderio di emergere. La vera fame, ricorda, è stata sperimentata da generazioni che hanno vissuto la guerra e il dopoguerra. Preferisce quindi parlare di desiderio, vocazione, ricerca e passione.
Allo stesso modo, non ama particolarmente la parola “carriera”.
«Non considero quello che ho fatto in passato una semplice introduzione al successo. Ho realizzato cose bellissime anche quando nessuno mi riconosceva per strada».
Il valore di un’esperienza artistica non può essere misurato esclusivamente attraverso gli ascolti, gli incassi, i follower o la notorietà raggiunta.
Le vacanze dei signori Lagonìa: cinquant’anni d’amore sulla spiaggia
Tra gli spettacoli più importanti della compagnia di Francesco Colella e Francesco Lagi c’è Le vacanze dei signori Lagonìa, scritto circa dieci anni fa e recentemente riportato sulla scena.
La pièce racconta una giornata al mare di due anziani coniugi che vivono insieme da cinquant’anni. Tra silenzi, parole crociate, ricordi, gelosie e improvvise sfuriate, la coppia ripercorre il proprio rapporto.
«È un’epica dell’amore. I loro pensieri si srotolano come le onde del mare».
Colella interpreta una donna calabrese corpulenta, immobile e piena di sogni, rabbia, ironia e dolcezza. Il personaggio raccoglie caratteristiche appartenenti a numerose figure femminili incontrate dall’attore: la madre, la nonna, le zie e le amiche di famiglia.
Anche il dialetto calabrese assume un valore centrale, perché per Colella è una lingua profondamente emozionale.
Lo spettacolo prova a indagare ciò che rimane dell’amore dopo cinquant’anni: un’intimità costruita attraverso gesti minimi, sguardi, silenzi e parole che possono sembrare feroci, ma che appartengono a un codice condiviso.
La gelosia non ha età
Durante la conversazione, Colella ricorda un episodio familiare che sembra già scritto per il teatro.
Quando suo padre aveva circa ottant’anni, si ingelosì vedendo la moglie parlare frequentemente con un anziano architetto in un bar di Catanzaro. Dopo aver accumulato sospetti per giorni, scoppiò una vera crisi familiare.
La madre si chiuse in automobile in lacrime, mentre il padre annunciò ai figli che il suo matrimonio era ormai compromesso. Francesco riuscì a convincerlo a scusarsi e tra i due coniugi avvenne una riconciliazione.
Il giorno seguente, il padre volle chiedere scusa anche all’inconsapevole architetto, che non riusciva neppure a comprendere il motivo di quel gesto.
Il racconto, esilarante e tenero, dimostra quanto le vicende familiari possano contenere già tutti gli elementi di una sceneggiatura: amore, conflitto, gelosia, fragilità, equivoco e riconciliazione.
I figli, la libertà e un nuovo spazio da abitare
Francesco Colella è padre di due figli ormai cresciuti. Questa fase della vita ha aperto davanti a lui uno spazio nuovo.
Per molto tempo la sua esistenza è stata organizzata intorno a punti di riferimento precisi: i genitori, i figli e il lavoro. Con la scomparsa dei genitori e la crescita dei ragazzi, quello spazio si è improvvisamente ampliato.
«È uno spazio di libertà che dà le vertigini, perché all’inizio non hai più le coordinate. Ma è anche un’occasione bellissima».
Colella descrive questo momento come una nuova forma di apprendimento: un tempo nel quale, prendendo in prestito le parole di una canzone di Calcutta, sta imparando nuovamente a camminare.
Il messaggio ai giovani: riconoscere la propria vocazione
Alla domanda conclusiva di Granelli-la serie, dedicata a chi ha un sogno ma teme il fallimento e il giudizio degli altri, Francesco Colella risponde con cautela. Non ama dare consigli e preferisce partire da ciò che direbbe ai propri figli.
«Se c’è una cosa di cui non bisogna avere paura è quella delle proprie passioni e dei propri sogni. Prima, però, bisogna riuscire a capire quali siano davvero».
Anche i sogni possono modificarsi. Alcune passioni appartengono a una fase della vita, altre si trasformano lentamente in autentiche vocazioni.
«La consapevolezza di una vocazione non arriva attraverso strade dritte. Arriva per sentieri scoscesi, curve e improvvise rivelazioni».
Colella guarda con fiducia alle nuove generazioni. Negli amici dei propri figli riconosce una comunità attenta, sensibile e capace di porsi domande.
Il suo invito è a perseverare nel coraggio, approfondire la conoscenza, studiare la storia e imparare a riconoscere i meccanismi attraverso i quali la paura può limitare la libertà.
«Chi non prova paura è un incosciente. Chi ha paura e riesce ad attraversarla sta esercitando il coraggio».
I prossimi progetti
Tra i prossimi appuntamenti professionali di Francesco Colella figura la serie Il capo perfetto, una commedia in sei episodi destinata a Netflix.
Colella sarà al fianco di Luca Zingaretti, Giovanni Esposito, Sara Drago e numerosi altri interpreti. La storia ruota intorno alla gestione di un’azienda in Emilia-Romagna e alle vicissitudini professionali e sentimentali dei protagonisti.
«Mi sono divertito tantissimo. Speriamo che questa serie possa rallegrare il pubblico».
A dicembre, inoltre, Colella tornerà a teatro con Meno di due, diretto da Francesco Lagi e interpretato dalla compagnia fondata insieme a lui.
Lo spettacolo sarà rappresentato al Piccolo Eliseo di Roma e racconterà l’incontro tra due persone conosciutesi attraverso i social. Un primo appuntamento e un viaggio nel Nord Italia diventeranno l’occasione per raccontare due solitudini, tra comicità, fragilità e struggimento.
Un attore in continuo divenire
Quella con Francesco Colella non è stata soltanto un’intervista dedicata ai suoi ultimi progetti. È stata una conversazione sul significato stesso del percorso artistico.
Dalle storie ascoltate durante l’infanzia in Calabria ai primi esperimenti teatrali, dai periodi di silenzio professionale alla libertà di rifiutare un ruolo, ogni esperienza ha contribuito alla costruzione di un’identità che non vuole considerarsi definitivamente compiuta.
Colella non ama parlare di carriera perché preferisce pensarsi in continuo divenire. Non cerca certezze assolute sull’amore, sull’autenticità o sul successo. Accetta le domande, le contraddizioni e perfino le proprie esitazioni.
È forse proprio in questa disponibilità a non sentirsi mai arrivato che risiede la forza del suo lavoro.
Perché una vocazione, come ha ricordato nel salotto di Granelli-la serie, non segue un percorso lineare. Si manifesta attraverso pause, tentativi, errori, crisi e improvvise rivelazioni.
Sempre, rigorosamente, un passo alla volta.

